Milan, quanti errori Il sigillo di Giuly pietrifica San Siro

Al palo di Gilardino risponde quello di Ronaldinho. Il brasiliano non è esplosivo, ma la sua squadra detta legge

Franco Ordine

da Milano

Giù il cappello dinanzi al Barcellona, Parigi l’aspetta a braccia aperte. Il Milan rimane in ginocchio dinanzi allo squadrone catalano e al suo campione più rappresentativo. Stregato dal talento oltre che dalle geometrie e dal palleggio. È vero, nella serata più attesa, il Milan se ne sta a guardare, stralunato prima, poi stordito e stregato, infine soggiogato dall’armata blaugrana. E la sconfitta di ieri sera, davanti a San Siro, la prima in coppa Campioni e nella stagione, è una specie di verdetto scritto. Difficile, ribaltarlo tra una settimana al Camp Nou. Meglio prepararsi alla resa.
Aspettano tutti Ronaldinho, accarezzato da San Siro con gli applausi seguiti al riscaldamento, e il suo modo delizioso di divertire giocando al calcio ma bisogna attendere un paio di finte ripetute in corsa, su Nesta e Gattuso, per ammirarne il talento che resta compresso dentro lo scatolone di Stam e nella gabbia di una sfida indecifrabile. È il segno che il Barcellona non decolla e nemmeno la sfida che il Milan prova ad orientare con un paio di imboscate sistemate intorno al primo quarto d’ora, punteggiato dal palleggio raffinato dei catalani e dal loro controllo geometrico del prato.
Una volta Gilardino, liberatosi dopo un balbettio di Marquez e Oleguer, timbra il palo a conferma che non gli dice bene la Champions, una volta Shevchenko, mosso da Seedorf conclude sul primo palo di testa in modo da reclamare un intervento tutto istinto di Valdes, il portiere blaugrana, sistemato per sua fortuna sul primo palo. Aspettano tutti Ronaldinho ma nel frattempo, in campo milanista, Pirlo e Kakà che sono poi i suoi dirimpettai, la fonte battesimale del gioco milanista, vanno incontro a una frazione, la prima, di grande sofferenza.
Il primo commette anche un pasticcio in fase di disimpegno (colpo di tacco rintuzzato e trasformato in un contropiede dai catalani), il secondo si libera a campo aperto una volta solo costringendo Puyol al fallo in scivolata e all’ammonizione. I più attivi, in attacco, per Rijkaard risultano Eto’o e Giuly che non mostrano grande precisione dalla distanza: il francese su un bel lancio di Iniesta si fa prendere il tempo nell’uscita da Dida, intervento salutato da un boato liberatorio della curva rossonera, il camerunese fatica a liberarsi dei ceppi applicati da Kaladze.
Aspettano tutti Ronaldinho e il Pallone d’oro attende lo scoccar dell’ora di gioco per presentarsi a modo suo dinanzi alla platea che lo rispetta e lo teme. Il suo duello rusticano con Gattuso finisce con un ricamo lanciato nel mezzo dell’area, alle spalle di Nesta e Kaladze, con Dida che parte e poi si ferma, secondo sciagurate recenti abitudini. Giuly s’infila nella fessura come un rasoio e dal basso verso l’alto firma una folgore. Ronaldinho si ripresenta all’appuntamento con la gloria qualche minuto più tardi, appena Seedorf perde un pallone per presunzione e il brasiliano può percorrere mezzo campo prima di scheggiare il palo alla destra di Dida.
Lo 0 a 2 può chiudere in cassaforte la qualificazione alla finale di Parigi. Invece di rialzare la testa, di organizzare uno straccio di reazione orgogliosa, di chiedere ai suoi campioni qualche giocata degna di nota, il Milan finisce nella rete del palleggio catalano, incapace di sottrarsi al castigo. Solo Gattuso lotta come un leone, gli altri vanno a due all’ora, oppure scivolano sul prato rizollato di recente, nessuno inventa o trova sponde utili. Le mosse, dalla panchina, di Ancelotti (fuori Pirlo, dentro Maldini, fuori Gattuso dentro Ambrosini) provano a duplicare i fortunati cambi contro il Lione da cui maturò la svolta favorevole nel finale. Ma non è con le macumbe che si risolvono i problemi del Milan, nell’occasione: forse c’è bisogno di altro, magari del vituperato Rui Costa o di un pizzico di banalità. Serginho liberato sulla sinistra trova presto l’opposizione che si merita: Rijkaard manda da quella parte Belletti a rinforzare l’argine. Al Milan succede anche di sbagliare un paio di pallette comode. E se si spreca, come al Milan succede raramente in una stagione di vendemmia strepitosa, la sconfitta risulta inevitabile. E si trasforma in una lezione di potenza da parte della squadra più forte che ci sia in Europa.