Il Milan sbaglia un altro rigore ed è allarme per la Champions

Primo pari dopo cinque successi. Kakà si vede annullare un gol valido e fallisce dal dischetto: terzo errore dei rossoneri. L’arbitro combina guai. Ancelotti in campo: «Non si può proprio cambiarlo?»

Milano - A due passi dal primo obiettivo della stagione (quarto posto, Champions assicurata ancorché attraverso il preliminare), il Milan rallenta in campionato e raccoglie un misero punticino dopo cinque successi di fila.

Niente di scandaloso, naturalmente. E neanche di allarmante a diciotto giorni da Atene che è il secondo obiettivo. Basta piegare il Catania tra una settimana per chiudere in cassaforte il pass. Rallentare al cospetto della Fiorentina, a caccia di un piazzamento Uefa, non è poi disdicevole. Semmai fa discutere lo sviluppo della partita, orientata, va detto subito e scritto a caratteri cubitali, da una serie di sesquipedali errori commessi dall’arbitro Rosetti.

Il fischietto torinese, un tempo promettente, non è nuovo a performance così avvilenti, anche in Europa ne combina più di Bertoldo in Francia e nei nostri recinti calcistici ha precedenti inquietanti. Toglie a Kakà, dopo 7 minuti, un gol di bellezza geometrica, deviazione di testa su percussione di Favalli (in tackle su Jorgensen) e nessuno, ancor meno le riprese tv, ne rintraccia la spiegazione convincente. Un abbaglio, un colpo di sole? Chissà.
A metà frazione Rosetti punisce col rigore la manina morta di Gamberini (può starci valutarla involontaria) e poi infierisce con una serie di falli contro i rossoneri che restano sconcertati. Ancelotti, in panchina, mai polemico con i fischietti dai tempi di De Santis, regala ai suoi una battuta esemplare. «Non si può cambiare arbitro?» chiede all’intervallo. Può essere una buona idea da girare a Blatter, per competenza.

Intendiamoci bene, il Milan resta al palo del pareggio anche per demeriti propri. E dietro le quinte del terzo errore dal dischetto (2 di Kakà, uno di Gilardino, sei punti dispersi lungo la strada) è possibile intravedere una sindrome da rigore che può intrecciarsi alla prossima finale di Champions league. Da quando non c’è più Shevchenko e Pirlo se ne sta alla larga dagli undici metri, il Milan è alla ricerca del cecchino infallibile.

Kakà sbagliò a Palermo, qui centra il palo, dopo aver spiazzato Frey, la traiettoria beffarda attraversa la luce della porta e finisce in fallo laterale, Gilardino fallì il colpo del ko contro il Toro. Se si confrontano questi dati con il ricordo amarissimo dei rigori a Istanbul, e ancor prima a Tokio (contro il Boca Junior), la preoccupazione milanista è legittima.

Le forze a disposizione dei berlusconiani non sono enormi dopo la notte magica col Manchester ma sufficienti per imbastire un gran bel primo tempo, chiuso a bocca asciutta. Anzi con lo spavento provocato dal palo pizzicato da Reginaldo (deviazione decisiva di Dida, tornato a livelli consueti) o dall’incursione di Mutu «murata» da Favalli con tempismo perfetto.

Senza Ronaldo (infortunio), né Gilardino (squalifica), senza Seedorf (febbre), il Milan si arrende al pareggio nella ripresa per la pochezza di Oliveira (e ha il coraggio di lamentarsi dello scarso utilizzo) mentre la Fiorentina fa ancora meno, con una serie di tiracci dal limite, tutti fuori registro, conseguenza diretta delle disposizioni di Prandelli per sfruttare i giri pazzi del pallone utilizzato a San Siro.

azzini non è Toni e a Firenze dimostrano di avere poca pazienza nei suoi confronti: invece devono attenderlo, si tratta di uno dei talenti del calcio nazionale, va protetto, coccolato e fatto crescere, senza chiedergli gli stessi numeri di Toni.