Milan senza gol, la rincorsa è già in salita

Franco Ordine

nostro inviato a Livorno

Al settimo giorno, come raccontano le sacrileghe scritture del calcio, anche il Milan si riposò. E dopo sei successi di fila, tre in Champions league (turno preliminare compreso) e tre in campionato, ecco il primo pareggio della stagione. Uno zero che viene festeggiato sotto la curva degli ultrà rifondaioli livornesi al pari di un trionfo importante. È il segno dello scampato pericolo e la conferma che dalla parte della panchina rossonera, in fatto di attaccanti, non ci sono ricambi sontuosi a disposizione. Se Gilardino, colpito alla testa, deve fermarsi ai box e se Borriello non offre le garanzie richieste, il Milan raccoglie in 180 minuti la miseria di un sigillo. Si spiega così il suo primo pareggio. Si spiega anche, e non è un dettaglio irrilevante, con un rigore grande così ignorato dall’arbitro Ayroldi.
Le buone intenzioni di Ancelotti devono anche fare i conti con i piccoli agguati della sorte. A Parma come a Livorno, i grandi vecchi tradiscono segni di cedimento muscolare: forse è il caso di arrendersi all’età, specie se entrambi gli insulti avvengono nei primi minuti, questa volta addirittura dopo tre minuti Paolo Maldini si tocca l’adduttore sinistro e deve lasciare mestamente il campo accompagnato da un applauso complessivo, unico momento di unità d’intenti dello stadio. Al posto del capitano, senza neanche un attimo di riscaldamento, arriva dalla panchina Kaladze. Le buone intenzioni del Milan invece devono fare i conti con la mira discutibile di Oliveira e Inzaghi nella prima frazione oltre che con la vista bassa, molto bassa, dell’arbitro di turno. I primi due, in condizioni favorevoli, sospinti sulla rampa di lancio da una manovra avvolgente dei berlusconiani, non trovano il bersaglio: il primo s’infrange su Amelia, il secondo alza sopra la traversa. Ma è clamoroso sul tramontare del primo tempo l’indifferenza di Ayroldi nei confronti dello sgambetto classico, calligrafico, di Grandoni nei confronti di Ambrosini pronto ad incunearsi in area di rigore. L’arbitro molfettese fa spallucce mentre l’interessato e il Milan restano di sale: ma come, non è successo niente? Succede. E nessuno ha il coraggio di parlare di complotto demoplutocratico come accade dalle parti di Appiano Gentile e degli uffici di Massimo Moratti. Risparmiato, il Livorno tira un sospiro di sollievo e prova a organizzarsi meglio per la seconda frazione grazie alla superiorità numerica in centrocampo (5 più 1 addirittura contro i 4 rossoneri) che non si trasforma sempre in una grande solidità dell’impianto.
Le buone intenzioni del Milan, nella ripresa, s’infrangono nella migliore disposizione tattica del Livorno il quale continua a concedere pochissimo spazio. E a dispetto dell’uscita del suo miglior attaccante, Cristiano Lucarelli, riesce a confezionarsi su misura un paio di golose opportunità che confermano il vecchio proverbio: non è il saio che fa il monaco, non è il bomber di professione che assicura il gol. Morrone, da posizione comodissima, oltre il dischetto, coglie la traversa; Balleri, con un tiro da considerevole distanza, mette i brividi a Dida.
La verità è una soltanto: nella frazione di maggior dominio, il Milan non riesce ad apparecchiare neanche un’azione da gol che sia una. Kakà è l’unico che da fuori area tenta di sorprendere Amelia e lo fa con una insistenza che denota mancanza di fiducia nei suoi sodali. Non solo ma per via di un infortunio e di un ritocco indispensabile (Jankulovski al posto di Favalli e Kaladze in luogo di Maldini), Ancelotti resta senza la possibilità di rimpiazzare uno dei due attaccanti, Oliveira più di Inzaghi, assolutamente inconcludente il brasiliano. E così per Arrigoni e i suoi è possibile cogliere il mezzo successo che ha il sapore dolcissimo dell’impresa.