Il Milan si ferma ancora al palo Così il quarto posto è un sogno

Rossoneri sottotono centrano il montante con Gilardino su rigore. Anche il Toro, al 90’, colpisce due legni con Muzzi

Franco Ordine

da Milano

Il derby dei pali (quindicesimo quello collezionato da Gilardino, due scheggiati in pochi secondi dal Toro nel finale tambureggiante) inguaia sempre più il Milan e libera il cielo di Zaccheroni da qualche nuvola. A questo punto è bene prendere la mira giusta: i berlusconiani devono dedicarsi al recupero dei migliori (a Firenze sono attesi Pirlo, Kakà e Kaladze) ma anche a raccogliere il maggior numero di punti possibili senza inseguire le chimere. Il quarto posto, oggi e forse anche domani, è più di un sogno proibito. Ed è inutile prendersela solo col destino cinico e baro: non serve e non aiuta certo a recuperare la forza dei nervi distesi che consente di scavalcare le montagne. Qui, senza disconoscere la serie infinita dei colpi bassi ricevuti da Ancelotti (durante il riscaldamento si arrende anche Kaladze, Bonera entra nel finale con la febbre, Gattuso torna in campo saltando la visita di controllo che deve dare il via libera), bisogna mettere nel conto della squadra e dei rari superstiti dell’armata rossonera gli errori e le amnesie, i limiti e la povertà di un gioco involuto. Chi deve portare la croce e cantare? Maldini è uno dei santi protettori, Seedorf invece non riesce a dare sostanza alla sua prova. Gli altri, i semidebuttanti come Borriello, si battono con le unghie, mentre ad altri, Oliveira e Gilardino, bisogna presentare il conto dell’ennesimo zero in condotta.
Il centravanti azzurro è il protagonista dell’episodio decisivo della triste domenica milanista. Appena Girardi (quanti errori, quante scelte capovolte) fischia il rigore, si volge subito verso la panchina, chiede di poterlo tirare, insomma fa sapere che se la sente, nota Barone, suo ex sodale a Parma, che soffia ad Abbiati la probabile traiettoria e un po’ si lascia condizionare, cambiando magari lato all’ultimo momento. Centra il palo. Dov’è la sfortuna? Qui manca l’abilità, la freddezza, la sicurezza. Il problema del Milan non è solo la condizione smarrita ma anche questo gioco lento e scontato che non riesce a procurare sbocchi favorevoli. Nel primo tempo, per esempio, col Toro schiacciato contro il muro di Abbiati, neanche un tiro vero, da accarezzare come un peluche. Solo quando il Toro accetta la sfida a metà campo, il Milan trova spazi ma nel frattempo viene scorticato vivo in contropiede da Comotto e Rosina da De Ascentis e Muzzi entrato al posto dell’impalpabile Stellone e capace di centrare traversa e palo della porta di Kalac nella stessa sequenza, di testa una volta e in acrobazia nel replay. Da segnalare lo scollamento della tifoseria rossonera: dalla parte dei diffidati, sul fianco destro della brigate, si ripete il lancio, provocatorio, dei bengala in un paio di circostanze. Nel linguaggio nemmeno molto segreto degli ultrà è una sorta di avviso alla società perché provveda presto a puntellare il gruppo, a gennaio.
Le tre punte scelte da Ancelotti non aiutano a risolvere i guai milanisti, come nella migliore tradizione. Non è dal numero degli attaccanti che dipende la produzione dei gol. E l’ironia sul suggerimento presidenziale (la battuta, prima di cominciare, è di Urbano Cairo che conosce alla perfezione i gusti calcistici del presidente) è fuori luogo perché Ancelotti è costretto a giocare con le 3 punte se non vuole «bruciare» qualche ragazzino (Antonelli) in un periodo in cui c’è bisogno non solo di corsa ma anche di cuore e di esperienza. Le qualità, per esempio, mostrate da Gattuso, pronto al sacrificio estremo per la patria in grave pericolo.
Il Toro si libera della zavorra dopo il rigore finito contro il palo e da quel momento gioca alla pari, disinvolto, contro il Milan in grave debito di ossigeno. Zaccheroni a quel punto accarezza la grande impresa, gioca la carta giusta, Muzzi, al momento giusto, ma viene respinto anche lui dai legni di Kalac. Non gli fanno una grande impressione. Nella sua storia centenaria il Toro ha visto di tutto.