Il Milan teme di pagare in coppa la crisi di Lecce

La sconfitta, attribuita alla scarsità della panchina, può scavare insicurezze nei titolari

Franco Ordine

I rimpianti e i rimorsi lasciano, sulla pelle del Milan, una strana sensazione di destini sospesi. Ingigantiti dal pareggio della Juve a Treviso, moltiplicati dalla discutibile mira tradita davanti a Sicignano e dalla voragine apertasi dinanzi al contropiede di Vucinic e Konan, accreditano alcuni sospetti. Uno su tutti appare il più scolpito e anche il più pesante da sopportare: la panchina del Milan non è da Milan. E il paragone parte dal confronto con l’Inter, sottoposta a identico turnover contro il Messina a San Siro, per estendersi a una valutazione complessiva delle seconde linee, spesso al centro di rimpianti, di proteste, a volte di mugugni degli interessati. Sull’argomento non c’è alcun riferimento al tentativo di rimettere in moto Cafu (sarà pronto per il mondiale, contento lui, contento Parreira, contento il Brasile) oppure di scortare per mano Paolo Maldini verso un decente stato di forma: i miracoli, nel calcio come nella vita, appartengono solo ai santi e Carlo Ancelotti, pur essendo un devoto del frate di Pietrelcina, non è mai stato più di qualche ora a San Giovanni Rotondo nel santuario di Padre Pio. La stroncatura, semmai, ha a che fare con Simic e con Jankulovski, con Vogel e con Marcio Amoroso, in piccola parte con lo stesso Ambrosini che pure può risultare tra i meno deludenti della compagnia nel blitz in Puglia e infine con Manuel Rui Costa, al centro di un caso di eclissi misteriosa. Se tutti insieme, sostenuti da Dida, Kaladze, Pirlo, Gilardino e Seedorf (nel finale), gli unici titolari impiegati, hanno lasciato le penne nel Salento e sul prato pugliese la possibilità concreta di mettere pressione alla Juventus, la conclusione è ovvia, oltre che banale: non sono da Milanuno e non servono in caso di necessità.
Ma per aprire un processo di revisione tecnica del genere, al Milan ci sarebbe bisogno di bocce ferme e di tornei sospesi, ci sarebbe bisogno di riflettere su alcuni contratti e su alcune cessioni da effettuare. E invece Adriano Galliani, mordendosi la lingua e rinfoderando tutte le malinconie che il secondo zero in attacco gli procura, manda a dire che bisogna attrezzarsi, in campionato, al peggio. «Se i posti per andare d’ufficio in Champions league sono due e le grandi in competizione sono tre, significa che uno deve stare fuori: è successo alla Juve l’anno prima, è successo all’Inter nella stagione in corso, può capitare al Milan stavolta» spiega e rievoca come per prepararsi all’eventualità che farebbe saltare per aria piani e programmi di tournée, comprometterebbe di sicuro le vacanze di lor signori giocatori e delle rispettive famiglie. E per una volta non ci sarebbe nessuno, dalle parti di Milanello, disposto a farne una tragedia.
Ma forse il rischio concreto è quello che si nasconde nelle pieghe di una svolta della stagione. E cioè che la depressione di Lecce scavi insicurezze dentro il Milan migliore. Evaporata l’ipotesi di una rimonta tricolore, ecco avanzare l’esito incerto dei quarti di finale di coppa dei Campioni, reso ancor più temibile per via dello 0 a 0 di Lione, «peggiore dei migliori risultati possibili» secondo antica e azzeccata definizione, che tiene tutto il Milan col fiato sospeso. Nonostante il certificato di idoneità rilasciato a Stam, nonostante il tutto esaurito apparecchiato dal generoso tifo rossonero, nonostante l’assenza di dubbi e ballottaggi di schieramento. Non è la prima volta che il Milan si ritrova in queste condizioni: accadde anche nel 2003 con l’Ajax, 0 a 0 all’Arena di Amsterdam e poi quel colpo al cuore, col 2 a 2 scombinato da quel satanasso di Inzaghi, non a caso rimesso in sella per l’occasione. «Firmerei per un epilogo così ma non garantisco sulla tenuta delle coronarie di Galliani e dei tifosi» scherza Pippo che è forse uno dei pochi ad andare incontro al destino con la leggerezza di sempre.