Il Milan è tornato sul podio del campionato

nostro inviato a Torino

Il Milan si gode una notte da terzo in classifica. Due punti davanti alla Lazio, in attesa del derby di Roma che può regalargli questa piccola soddisfazione. È la prima volta che arriva da quelle parti in classifica e se si pensa agli affanni, ai ritardi e agli acciacchi del Milan di novembre e dicembre 2006, è forse il caso di pensare a un autentico miracolo. Invece è solo l’effetto, virtuoso, di un paio di fattori: rivali alla sua portata da un canto, e recupero delle migliori forze dopo aver perso fino a dieci, quindici elementi della sua rosa. Per confezionare il quinto, consecutivo successo, il Milan non ha bisogno di una prova maiuscola e neanche incoraggiante ai fini del prossimo appuntamento di mercoledì 2 maggio, col Manchester. Lì si gioca la vita e anche la finale di Atene oltre che l’onore berlusconiano, qui invece c’è solo da puntellare il quarto posto al cospetto di un toro piccolo piccolo, così piccolo da correre gravi rischi di retrocessione.
Il lampo di Clarence Seedorf, a metà della prima frazione, è una specie di avviso ai naviganti: su quella stilettata che Abbiati vede in ritardo e che non trova opposizione significativa nei due guardiani del faro, De Ascentis e Ardito cioè, il Milan costruisce la sua felice gita fuori porta. Se non si hanno le energie sufficienti per pressarla e costringerla a sbagliare passaggi, la squadra di Ancelotti può resistere, comodamente, a qualche spallata e apparecchiarsi un pomeriggio senza grandi pensieri. L’unico che può attentare alle coronarie di Adriano Galliani in tribuna è quel gattone di marmo chiamato Nelson Dida che riesce a regalare un paio di svarioni, entrambi su uscite goffe. Buon per lui che Muzzi e il Toro in generale non riescano ad approfittarne. Ma il Manchester è un’altra cosa.
Persino Ronaldo si prende un sabato di ferie non retribuite perché regala alla platea un paio di numeri d’alta classe, uno per tempo, ma non combina niente di significativo e anzi si tiene alla larga da qualche randellata lasciando a Gilardino il compito di occupare l’area di rigore, senza profitto alcuno, peraltro. Se Ronie non è ispirato, se Gilardino gioca a nascondino con Franceschini, tocca a Seedorf organizzare il meglio lasciando Kakà a riposo completo, in panchina. Ed è forse l’altro risultato puù importante raccolto a Torino. Le ragazzine lo reclamano, i fotografi lo bersagliano di scatti, lui si riscalda per dieci minuti nella ripresa ma poi torna ad accomodarsi. È troppo importante Kakà per il gioco d’attacco del Milan che non può contare né su Ronaldo, né su Gilardino ma solo sull’ultimo Inzaghi, appena uscito da una sofferenza alla caviglia. Il Toro, per un tempo sta a guardare, e nell’altro si attrezza per cercare di risalire la china. De Biasi toglie Coco e ritaglia a Muzzi il compito di infilarsi, come una lama, tra Nesta e Bonera. Sulla spinta della curva che invita a tirar fuori gli attributi, la squadra granata cerca di guadagnarsi almeno qualche consenso. E invece non ha la forza di scalfire il muro milanista, alzato da Nesta e Favalli. Solo un paio di mischie accendono l’interesse di una partita dall’esito accertato fin dopo la bastonata di Seedorf ma è, come si dice a Napoli, «ammuina», folclore insomma. Neanche l’ombra di un tiro in porta e di una parata importante da parte di Dida. Alla fine, Ancelotti si vede costretto a schierare due terzini, Cafu e Jankulovski all’ala, al fine dichiarato di tenere sotto sorveglianza le piste laterali. Ma è la melina organizzata da Pirlo a rendere inoffensivo il Toro, rimasto metà della ripresa in dieci per lo sciagurato errore di Brevi. Già ammonito, pensate, si fa bere da Ronaldo e lo tiene per la maglia rendendo perciò scontato il provvedimento disciplinare dell’arbitro. Sotto di un gol e di un uomo, il Toro si arrende alla fine. E nessuno di noi ha il coraggio di infierire.