Il Milan trova un dieci senza lode

Il tecnico fa la rivoluzione e cambia mezza squadra. Restano però le solite incomprensioni nella difesa che nel finale soffre ancora

Franco Ordine

da Milano

Dieci su dieci. Dieci successi su dieci, a San Siro. Ma l’ultimo, forse è il meno avvincente, il meno sicuro. E non solo per il distacco, 1 a 0 appena sull’Ascoli. Ma per la gestione complessiva della gara, partita per il verso giusto, in gol dopo 5 primi con Inzaghi. E invece il Milan non riesce a chiudere i conti in tempo utile e si vede costretto a chiudere col batticuore. Nonostante l’arrivo di Kakà. Dieci senza lode, allora. Anche se nell’occasione il Milan guadagna due punti rispetto alla Juve e riesce a portarsi a meno dieci. Fa meno freddo a questa temperatura. Ma i problemi non sono risolti. E domenica c’è da andare a Siena, fuori casa, dove il fatturato è un crac assoluto.
Altro che turnover, qui si tratta di una piccola e clamorosa rivoluzione. Cinque su undici: dentro Simic e Jankulovski (Kaladze ha il torcicollo) in difesa, Ambrosini e Rui Costa a centrocampo, Inzaghi in attacco. A giudicare dalle abitudini conservatrici di Carlo Ancelotti, rappresenta uno schiaffone sul viso di qualche intoccabile, Kakà e Shevchenko in particolare. A sorpresa, perciò, spunta una coppia inedita di attaccanti, Gilardino con Inzaghi ed è proprio Pippo a confermare in una partenza lampo, l’errore commesso tre giorni prima dalla panchina. Gli bastano cinque minuti e un lancio alla mano del portiere Dida per imporre performance fisica (una corsa di 50-60 metri, pallone al piede) seguita da un dribbling largo su Adani e da una stilettata che coglie Coppola sull’uscita. Dopo 5 minuti il Milan è in vantaggio, ma come al solito, non può pensare d’aver risolto tutti i problemi. E non solo perché in difesa, pur in assenza di pericoli autentici nella prima frazione, non c’è un bel clima, nessuno si fida di nessuno, e così capita di vedere Stam che rinvia sull’uscita di Dida o Nesta che salta addosso a Stam e al rivale Bjelanovic. Inzaghi apre e Inzaghi chiude il primo tempo (tuffo di testa su assist di Seedorf) a dimostrazione che è vivo e vegeto e che ha solo bisogno di fiducia. C’è anche Rui Costa deciso a conquistarsi qualche lode e lo fa non solo con qualche giocata deliziosa (tacco a seguire) ma anche con una serie di lanci. L’unica nota malinconica è la resa, ennesima, di Ambrosini: nel finale di frazione si arrende al centesimo insulto muscolare e deve uscire lasciando il ruolo a Gattuso.
L’Ascoli, partito male, sembra troppo legato al palo del supplizio per sottrarsi all’inevitabile destino. Poiché in panchina, il tecnico responsabile, Giampaolo, è uno dalle decisioni forti e immediate, nella ripresa l’Ascoli cambia passo, faccia e anche marcia con un paio di sostituzioni che tendono a puntellare la struttura: Adani cede il passo a Paci, Cariello invece lascia corsia a Foggia.
L’Ascoli comincia con 45’ di ritardo la sua esibizione milanese contro il Milan: non è colpa del gelo, naturalmente, ma dell’atteggiamento scelto dai marchigiani. Appena si presenta in campo quel furetto di Foggia cambia quasi tutto. Jankulovski perde una serie di duelli che dimostrano la sua ridotta condizione ma anche la difficoltà nel reggere il ruolo di esterno sinistro. Da Foggia partono e arrivano i suggerimenti più importanti destinati al suo attacco. Nel frattempo Inzaghi stesso e Rui Costa sono protagonisti di una serie di errori di mira. Ancelotti provvede a qualche correzione tattica: nel finale c’è il 4-4-2, con Kakà che gioca all’ala sinistra e Rui Costa a destra. Ma non è certo solo una questione di modulo. Riaffiorano in questa seconda fase, infatti, tutti i limiti e i peccati della squadra. Nel finale si rivede anche Serginho per tentare in qualche modo di cementare la trincea difensiva, costretta all’affanno contro Quagliarella e Bjelanovic, non Vavà o Pelè.