Milanese sulla graticola si dimette dal Pdl

L'ex braccio destro di Tremonti fa un passo indietro. Il ministro dell'Economia: fiducia nella giustizia. Polemica su Fini per il meccanismo di voto

Roma - A ventiquattr’ore dal voto che potrebbe mandarlo a guardare il sole a scacchi, Marco Milanese annuncia accorato di volersi «autosospendere» dal Pdl, per «non nuocere all’azione politica del mio partito», e per poi rientrarvi «a pieno titolo appena sarà acclarata la mia estraneità ai fatti addebitati».
Una scelta alla Penati (che però l’ha fatta un po’ più rapidamente e senza alcuna richiesta d’arresto sul groppone) che, è l’auspicio non dichiarato, può ammorbidire i più duri di cuore del Pdl, quelli che ricordano bene l’ex factotum di Giulio Tremonti ai tempi in cui dettava legge e faceva il bello e il cattivo tempo e che oggi, nel segreto dell’urna, potrebbero essere tentati all’idea di restituire gli sgarbi ricevuti. Al fixing del Transatlantico, ieri sera, l’unica incognita rischiosa restava proprio questa, a sentire i dirigenti parlamentari di centrodestra: la possibile fronda anti-Milanese (e, per la proprietà transitiva, anti-Tremonti) che coverebbe nelle file Pdl. Tanto più che non si mette a rischio il governo, visto che Berlusconi ha ripetuto a tutti i suoi interlocutori che non ci pensa neppure a dimettersi sol perché un suo (secondo) deputato finisce dietro le sbarre; e che la fronda maroniana nella Lega ha già alzato bandiera bianca arrendendosi all’ultimatum di Bossi. «D’altronde per voi nordisti è più difficile votare contro un Milanese che contro un Papa», li ha provocati il meridionalissimo Francesco Pionati, sottolineando il doppiopesismo leghista.
E poi, si diceva ieri in Transatlantico, l’ex braccio destro di Tremonti è uomo di ampie e variegate relazioni trasversali, e di favori ne ha distribuiti molti ai tempi d’oro: a diversi, non solo nella Lega e nella maggioranza, potrebbe dispiacere saperlo in cella, torchiato dagli inquisitori.
Anche nelle opposizioni la speranza di un salutare choc, che si è affacciata per un attimo negli scorsi giorni, ieri era - se non tramontata - almeno affievolita; e sia il segretario del Pd Bersani che Walter Veltroni ne hanno avuto conferma da Bobo Maroni in persona, ansiosamente interpellato alla buvette di Montecitorio. Ne hanno tratto l’impressione che oggi su Milanese l’incidente sia difficile; sul ministro Saverio Romano la settimana prossima pure e che comunque Berlusconi andrà avanti finché avrà i numeri. «Ma così trascinerà a fondo anche voi, oltre al Paese», è stato l’interessato avvertimento dei due, cui il ministro dell’Interno si è limitato a rispondere annuendo e allargando le braccia.
Il voto sarà segreto, e il Pdl - per sventare «blindature» dell’opposizione, che su Papa escogitarono il marchingegno del dito per dimostrare che i franchi tiratori non erano nelle loro file - ha chiesto a Fini di votare col sistema delle palline, per «garantire» la riservatezza delle scelte. Richiesta respinta, ma il Pd assicura che stavolta non ci sarà «nessuna indicazione» sulle scelte di voto, anche se il «sì» sarà compatto. Papa ringrazia. In serata il ministro dell’Economia, beccato dall’Ansa, dice: «Penso che i fatti, il diritto e il giudizio possano e debbano essere separati dalla politica. Ho fiducia nella giustizia».