La Milanesiana della discordia, se Feltrinelli&Co predicano cultura, razzolano poltrone e denaro

Gli intellettuali di sinistra che hanno appoggiato Pisapia ora battono
cassa. Reclamano posti e soldi, celando gli appetiti dietro nobili
intenti letterari. Quelli contestavano i tagli, ora dicono che certe kermesse costano troppo

Da una settimana sui giornali, a partire dal nostro passando per Repubblica fino al Fatto quotidiano, si parla del «caso» Milanesiana e del nuovo festival letterario che si vuole far nascere a Milano. Gli addetti ai lavori hanno naturalmente capito benissimo cosa sta succedendo, i lettori un po’ meno. Ecco perché può essere utile tentare di spiegarlo.

È successo questo: che a Milano, appena è stato eletto il nuovo sindaco Giuliano Pisapia, d’incanto «il vento è cambiato» e come accade in questi casi è stato immediatamente applicato lo spoil system, la pratica secondo la quale la forza politica al governo distribuisce a propri affiliati cariche istituzionali e posizioni di potere secondo il principio: «Chi vince prende tutto». Anche nel campo della Cultura. E così appena nominato Pisapia, gli intellettuali che a suo tempo ne appoggiarono la candidatura a sindaco con tanto di appello firmato al Teatro Litta, sono passati alla cassa a riscuotere: ti abbiamo appoggiato, hai vinto, ora ci restituisci il favore dando a noi poltrone e finanziamenti. Si chiama «clientelismo», e di per sé non è un male (peraltro la sinistra nel campo culturale l’ha sempre praticato benissimo, la destra invece è un disastro).

Comunque il problema non è questo, cioè che la sinistra milanese rivendichi posti e soldi, ma che lo faccia in maniera ipocrita, falsa e sfacciata. Le cose sono andate così. La scrittrice Herta Müller, premio Nobel e solo casualmente autrice Feltrinelli, una sera se ne va dalla Milanesiana senza salutare (nel migliore dei casi un semplice disguido, nel peggiore un atto di maleducazione, nient’altro); immediatamente Stefano Mauri, presidente del Gruppo editoriale Mauri-Spagnol, e Carlo Feltrinelli, dell’omonimo gruppo, prendono a pretesto l’episodio per attaccare la manifestazione della Sgarbi (guarda caso proprio mentre si sta aggiudicando il premio Strega, dove concorre anche un autore del gruppo GeMS); quindi si inizia a dire ai giornali amici (Repubblica, ad esempio) che la Milanesiana è un festival superato, che serve qualcosa di nuovo a Milano, che ci pensiamo noi a organizzare un evento che rispecchi l’aria nuova che soffia in città, e cazzate del genere. Subito dietro arrivano quelli del Fatto quotidiano, sempre pronti a raccogliere gli scarti delle polemiche, che ieri con il consueto stile e un coraggio esemplare sferrano il calcetto negli stinchi alla «Sgarbina», sostenendo che la Milanesiana «costa molto e piace sempre meno» e che l’edizione appena conclusa sarà «l’ultima, forse». Proprio loro che ragliavano quando Bondi tagliava i soldi alla cultura, adesso si lamentano che un festival letterario costa troppo...

Ora, lungi da noi difendere la Sgarbi e la sua Milanesiana. Per due motivi. Primo: chi scrive è l’unico giornalista culturale di Milano che in 12 anni non è mai stato invitato al festival, dove invece sono passati, riscuotendo relativo gettone di presenza (in euro) nomi noti e meno noti del Corriere, di Repubblica e persino del Fatto quotidiano, a partire da Lidia Ravera (mentre i giornalisti del Giornale, come è noto, sono impresentabili). Secondo: il giro della «Milanesiana» degli Eco, Veronesi, Magris e intellighenzia varia è - per noi impresentabili di destra - troppo radical chic e quindi insopportabile.

Detto questo, è ancor più insopportabile il tentare di nascondere meschine beghe di potere e vergognose invidie editoriali dietro la maschera ipocrita della Cultura, del Fare Qualcosa di Nuovo per Milano, del Coinvolgere le Periferie, gli Anziani e i Giovani, del Rilanciare la Città (cercando di portarsi a casa i soldi che la Provincia e il Comune danno alla Milanesiana). E così, nel nome e per conto del popolo, degli anziani, dei giovani precari, i supereditori progressisti si ritrovano a colazione alla «Fondazione Corriere della Sera», decidendo, fra pasta ai gamberi, fragole e «ottimo vino bianco» (come ha detto Dalai), cosa poter fare per risponder alla fame di cultura dei milanesi più sfortunati di loro. Esattamente la filosofia Feltrinelli: fare la rivoluzione da ricchi è molto più divertente.

Gli Editori Progressisti e Democratici, che usano il Fatto come megafono, hanno detto che la kermesse costa molto e piace sempre meno. Che piaccia sempre meno è tutto da discutere, visto che l’edizione 2011 ha messo in scena 35 appuntamenti in diversi luoghi di Milano, con un’appendice a Torino, coinvolgendo 12mila spettatori e portando in città 130 ospiti internazionali... E che costi molto dipende dai criteri di giudizio. In un’intervista (a Repubblica) Elisabetta Sgarbi, il 24 giugno, ha dichiarato che «Il budget complessivo della Milanesiana è di 760mila euro, tutto compreso: affitto teatri, logistica, cachet, Siae, personale: 200mila dalla Provincia, 75mila dal Comune, il resto da privati». Ripetiamo: 760mila euro. Per una manifestazione di 18 giorni, che ha interessato 12mila persone. Solo per fare un esempio: quella m***a di mostra radical-chic di Anish Kapoor alla Rotonda della Besana e alla Fabbrica del Vapore, sempre a Milano, sempre negli stessi giorni, sempre (più o meno) con lo stesso pubblico è costata un milione e 700mila euro. Più del doppio.

Hanno ragione Feltrinelli, Mauri e quelli del Fatto. Il vento a Milano è cambiato. Bisogna inventarsi qualcosa di nuovo.