Milano, bomba contro la moschea di Abu Omar

È una voce maschile. Sembra di un italiano. Sono le 17.30: «È la redazione del Giornale? Scriva. Rivendichiamo i quattro ordigni esplosi questa notte alle 1.01 alla moschea di via Quaranta». Mette giù. La rivendicazione passa attraverso il centralino e arriva al nostro telefono. Dura pochi secondi: non c’è una sigla, non c’è un comunicato, non ci sono dettagli. Solo una comunicazione scarna, ma precisa, di un fatto. Del fatto. Perché la zona di via Quaranta, a Milano, s’è svegliata nel profondo della notte tra sabato e domenica quando ha sentito un boato. Un attentato, si scoprirà dopo qualche ora. Un colpo, un avvertimento, un messaggio.
Quattro tubetti di ferro collegati uno all’altro con dell’esplosivo. Erano stati piazzati tra le inferriate del portone di via Passo Pordoi, dove c’è l’ingresso principale riservato agli uomini della moschea. Dei tubetti ne è esploso uno solo, a quanto pare. Non ha fatto molti danni: s’è rotta una vetrata e poco altro. Dai primi accertamenti la manifattura artigianale ha fatto sì che solo uno dei vari candelotti di esplosivo, che componevano l’ordigno, prendesse fuoco. Alcuni testimoni, come una donna che abita lì vicino, hanno sentito il rumore dell’esplosione ma senza dare particolare peso alla cosa. «Ho sentito un botto che mi ha svegliato - ha raccontato nel pomeriggio -. Ho alzato le tapparelle e non avendo visto nulla e nemmeno sentito la sirena dei pompieri ho pensato a un grosso petardo o, poiché questa è una zona industriale, a un capannone che si era incendiato come era accaduto qualche anno fa».
È l’ultimo caso di un centro islamico nel mirino. Quello di via Quaranta, però, è diverso. A Milano e poi anche altrove, questo è un posto particolare: qui c’era la scuola islamica al centro di un’aspra polemica con le istituzioni. Qui, soprattutto, in passato aveva anche predicato Abu Omar, l’imam ritenuto un terrorista e rapito il 17 febbraio 2002 da un commando della Cia nell’ambito di una extraordinary rendition voluta dal governo Usa, soprattutto dopo l’11 settembre. Un simbolo, via Quaranta. Un simbolo più delle altre moschee colpite da attentati tra Milano, l’hinterland, la Lombardia e la Romagna: da quelli della scorsa primavera alla sedi milanesi dell’Islamic Relief e del Coreis, a quelli in estate contro le moschee di Segrate, Abbiategrasso, Brescia e Rimini.
È diversa anche la dinamica. Nella gran parte delle azioni anti-islam dei mesi scorsi, venivano utilizzate bottiglie molotov. Stavolta un ordigno vero. Rudimentale, come dicono gli investigatori. Però una piccola serie di bombe che, se fossero esplose tutte insieme, avrebbero fatto molti danni. Avrebbero fatto male.