Milano è la capitale dei detective Spiano i dipendenti «fannulloni»

Con 278 agenzie investigative, Milano è la capitale italiana degli spioni. I numeri sono chiari e li ha elaborati la Camera di Commercio che al secondo posto mette Napoli con 212 agenzie e al terzo Roma con 147.
Siamo tutti sotto la lente di Sherlock Holmes? «In realtà - dice Genuario Pellegrino, investigatore e presidente di Federpol, una delle maggiori associazioni del settore - a Milano le agenzie strutturate non sono più di un centinaio. Le altre sono microimprese a conduzione famigliare o, addirittura, formate da una sola persona, magari ex appartenenti all’Arma o alla Polizia di Stato». A sentire i Marlowe meneghini, la piazza cittadina dà lavoro un po’ a tutti. Ma chi è il milanese che, con l’aria di crisi che tira, va a spendere soldi per un investigatore? Non certo il classico marito che vuole beccare in flagrante moglie e amante e che oltre al danno di ritrovarsi tradito, aggiunge la beffa di doversi pagare la patente di cornuto a suon di bigliettoni. Nell’ambito famigliare il milanese si rivolge all’investigatore privato più per il controllo dei minori: un fenomeno che la dice lunga sulla drammaticità che oggi permea il rapporto genitori - figli. Sapere se il ragazzo si droga, oppure quali compagnie e quali locali frequenta, obbliga sempre più agenzie a ricorrere a collaboratori giovanissimi, che sappiano destreggiarsi all’interno di luoghi dove un adulto sarebbe visto con sospetto, e che riescano a guadagnarsi la fiducia del soggetto sotto inchiesta.
«Ma a ricorrere con maggiore frequenza al detective privato - dice Vincenzo Francese, amministratore delegato della Ivi, una holding dell’investigazione con sedi a Milano, Padova, Bologna, Firenze e Roma, - oggi sono soprattutto le imprese che spesso mettono in pista gli investigatori per servizi quali il recupero crediti, la protezione di marchi e brevetti, le informazioni commerciali, l’attività antitaccheggio o la riduzione degli ammanchi nei punti vendita della grande distribuzione».
Del resto lavorare con le aziende è assai più gratificante che coi privati. Come ben sapevano i mitici spioni di Tom Ponzi che, negli Anni Settanta, snobbarono cornuti e amanti gelose per essere sempre presenti ai box della Ferrari a sventare eventuali sabotaggi. E l’interesse delle aziende, a Milano sta crescendo anche per le cosiddette «verifiche anti - assenteismo» : ditte che fanno pedinare il dipendente sospettato di mentire, per poterlo licenziare con giusta causa al momento opportuno. I lavoratori privati sono avvisati (ai pubblici ci sta pensando il ministro Renato Brunetta). In crescita sono anche i rapporti di collaborazione tra detective e avvocati, soprattutto nella raccolta di prove utili nei processi penali: vi ricordate il biondo Paul Drake regolarmente ingaggiato dal Perry Mason della serie televisiva americana?
Insomma, quello del detective privato è un lavoro multiforme. La lente e la mantellina di Sherlock Holmes sono solo un ricordo romantico: gps, tecnologie avanzate, microcamere ed elettronica oggi la fanno da padroni. Tanto che nella sola Milano l’attività di investigatore privato genera un giro d’affari di circa 100 milioni di euro all’anno anche se non esiste un tariffario unico e ogni azienda fa da sé. In media un’ora costa tra i 40 e gli 80 euro, escluse le spese sostenute per seguire il pedinato che, a seconda dei suoi spostamenti (anche Parigi, Londra, New York o Tokyo) possono lievitare moltissimo. L’attività è regolamentata dall’articolo 134 del Tulps (Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, risalente al 1931) che affida alle prefetture il rilascio dell’autorizzazione di polizia necessaria a svolgere la professione. Null’altro. «Siamo riusciti a fare inserire dopo 78 anni - svela il presidente Federpol Pellegrino - un nuovo regolamento che prevede almeno il conseguimento della licenza media superiore». In attesa che venga approvato un disegno di legge sull’istituzione dell'albo professionale, le associazioni dei detective privati promuovono convegni, confronti con le istituzioni e aggiornamenti giuridici e tecnologici per i loro associati. Da poco, infine, è entrato in vigore un codice deontologico che sancisce norme di buona condotta cui deve attenersi l’investigatore privato nel corso delle sue indagini. «Tanto che il ricorso al Garante per la privacy da parte degli spiati - conclude Pellegrino - oggi in Italia è pari allo 0, 1 per cento dei casi trattati».