A Milano il centro della Jihad

Arrestati nove estremisti islamici: reclutavano kamikaze da mandare a combattere in Afghanistan e Irak. <strong><a href="/a.pic1?ID=183705">Il pentito: &quot;Ci imponevano la guerra santa&quot;</a></strong>

Milano - Milano come base logistica e di reclutamento di mujaheddin da avviare alla lotta islamica in Afghanistan, Algeria, Tunisia, ma anche in Cecenia e in Bosnia.
È questo quanto emerge dall’operazione «Rakno Sadess», letteralmente «Sesto pilastro», che ha portato ieri all’esecuzione, da parte del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza milanese, di 9 ordini di custodia cautelare in carcere nei confronti di altrettanti tunisini accusati di associazione con finalità di terrorismo internazionale.
Alla base della nuova inchiesta ci sono le rivelazioni di un pentito, Tlili Lazhar, primo collaboratore di giustizia ad aver frequentato un campo di addestramento in Afghanistan, il terzo da quando sono cominciati gli arresti e i processi ai terroristi islamici. È stato lui a spiegare agli investigatori come funzionava il reclutamento di kamikaze, dove venivano addestrati, chi li finanziava e dove avrebbero dovuto colpire. Il gruppo aveva progettato di attaccare anche il capoluogo lombardo: la metropolitana, la Questura e il Comando dei carabinieri. Il capo dell’organizzazione è Sami Ben Khemais Essid esponente di rilievo del gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento, dopo l’11 settembre noto come Al-Qaida Islamic Maghreb, con un preciso programma per l’addestramento di persone pronte ad attacchi suicidi e con collegamenti a gruppi all’estero con le stesse finalità.
A disposizione della cellula islamica smantellata notevoli risorse finanziarie. Gli accertamenti bancari effettuati dalle Fiamme gialle hanno permesso di intercettare risorse ingenti, nell’ordine di decine di migliaia di euro all’anno. In particolare, uno dei vertici era in grado di raccogliere da solo, in 12 mesi, oltre 35mila euro. Da dove arrivano i soldi? Da donazioni, ma anche da attività illecite: traffico di stupefacenti, denaro falso, falsi permessi di soggiorno e anche immigrazione illegale, come ha spiegato il colonnello Domenico Grimaldi del Gico. Soldi della droga non per mangiare ma «solo per il tic-tac», cioè l’attività terroristica.
Ecco cosa si legge nell’ordinanza firmata dal gip Guido Salvini riguardo a un’intercettazione telefonica. Si tratta di una conversazione intercettata tra una delle persone finite in carcere Cherif Said e un libico di nome Saad.
Dice il libico: «Dal punto di vista religioso è una buona cosa se i soldi della droga vanno ai fratelli?». Risposta di Said: «Sì, certo però uno non deve vivere con questi soldi cioè mangiarci. Devono servire solo per il tic-tac». Il giudice specifica che per tic-tac si intende l’attività terroristica. Said aggiunge: «Tic-tac dei missili... tic-tac nel campo... hai capito?» e ride.
Delle nove ordinanze di custodia cautelare in carcere una è stata eseguita con la collaborazione della polizia inglese a Londra nei confronti di Ignaoua Habib, considerato un elemento di spicco fra i tunisini che frequentavano le moschee milanesi, una sorta di emiro. Risulta invece irreperibile Moez Fezzani, che si ritiene possa essere detenuto a Guantanamo. Le altre ordinanze riguardano, invece, persone morte in attentati terroristici in Tunisia, Algeria e Iraq fra il 2003 e il 2007, mentre sono state notificate in carcere quelle emesse nei confronti di Said Cherif, detenuto a Palmi, e a Essid Sami Ben Khemais, che sarebbe dovuto uscire domenica dopo aver scontato sei anni e due mesi. «I collaboratori di giustizia sono uno strumento valido, e nel caso di questo tipo di criminalità portano risultati aggiunti», ha commentato il pm Elio Ramondini che ha condotto le indagini.