A Milano corteo pro Hezbollah: «Nasrallah siamo i tuoi soldati»

Paola Fucilieri

da Milano
Italiani e libanesi, cristiani e musulmani, esponenti del Partito marxista-leninista italiano e gente di Ordine Nuovo, adulti e bambini, no global e pacifisti della porta accanto che portano orgogliosamente la bandiera bianca e rossa con sopra il cedro del Libano legata intorno al collo. Tutti uniti nel nome dell’antisionismo, tutti solidali contro Israele. È raro che un simile pot-pourri di sigle e opposte fazioni religiose e politiche possa aderire al medesimo presidio. Anche se si tratta di non più di 150 persone che, nonostante bandiere e volantini, faticano a distinguersi tra la marea di poliziotti e carabinieri in borghese. Con gli organizzatori che, al momento di partire, impediscono «agli estremisti di ogni genere» di aggregarsi a un corteo non più lungo di 600 metri e che non dura più di una mezz’ora in tutto.
Sono stati i cori, i cartelli e le foto più crude dei bombambardamenti di Cana, non certo i numeri delle presenze, gli elementi più impressionanti della manifestazione indetta ieri a Milano, nel tardo pomeriggoio, in piazza San Babila dalla comunità libanese e l’Asri (Associazione solidarietà rifugiati e immigrati) per esprimere sostegno, vicinanza, solidarietà al Libano, al suo popolo e alla sua resistenza.
«Voglio che sia chiaro che noi libanesi non odiamo Israele e gli israeliani, ma loro non vogliono la pace. E quindi ormai è normale che non possiamo che simpatizzare con gli hezbollah - ci tiene a sottolineare con fervore Hussein Eldor, 26 anni, portavoce della comunità libanese a Milano -. Alcuni di loro sono tra i nostri più importanti ministri, sindaci di grandi città, nel sud del Libano tutti li votano. E finché gli israeliani resteranno nel nostro Paese non credano di averla vinta: la resistenza degli hezbollah ci sarà sempre. Ed è destinata a vincere perché adesso non ci sono solo loro. Non sottovalutate quello che sta accadendo in Libano, dove cristiani e musulmani si sono uniti e sono orgogliosi degli hezbollah. Ciò che chiediamo noi libanesi alle truppe israeliane in fondo è semplice: cessare il fuoco, il ritiro dal Libano e lo scambio di prigionieri».
Semplice? Forse tanto semplice non è. Sarà per questo che i cartelli portati in manifestazione usano toni durissimi, a dir poco minacciosi, molto vicini a presagi apocalittici contro un nemico del quale si vuole esorcizzare il potenziale di pericolo. «Israele, il Libano sarà il tuo Vietnam», «Israele usurpa la nostra terra, ruba la nostra acqua e uccide i nostri figli», «Fuori agli imperialisti sionisti da Gaza e Libano». Quindi esplicite offerte di sottomissione al leader degli hezbollah: «Vostra eminenza Hassan Nasrallah Said siamo i tuoi soldati e la nostra terra diventerà la tomba del nemico invasore». E accuse generiche all’Occidente: «Il vostro silenzio ci uccide».
Giunti sotto il consolato libanese, in via Larga, i manifestanti hanno intonato slogan, quasi tutti rivolti al premier Olmert, definito un «assassino».
«I miei genitori non dormono mai, hanno troppa paura. E da oggi anche loro sono ufficialmente dei profughi - fa sapere Susan, una bella libanese 23enne che studia da dietista e vive a Milano con il fratello -. La mia famiglia è originaria del sud del Libano, ma i miei vivono da sempre a Beirut. Quello che non capisco è perché gli israeliani debbano bombardare e uccidere tutti se è vero che vogliono combattere solo gli hezbollah».