Milano decadente? Forse è solo nostalgia sinistra

Quasi non passa giorno senza che qualche intellettuale pronto all'uso - scrittore o poeta, docente universitario o architetto - intervenga sulle pagine milanesi del Corriere o di Repubblica per sottoporre sé stesso e i lettori al democratico rito sado-maso dell'autoflagellazione disperandosi per il declino della città: perdita di prestigio, vuoto culturale, scempi urbanistici, decadenza dei costumi e avanti così con la contrizione. Perché lo fanno? Sono state date spiegazioni semplici, forse semplicistiche, di carattere politico: questa gente è quasi tutta di sinistra e perciò se la prende con la più importante città amministrata dal centrodestra. Credo che ci sia anche dell'altro, qualcosa di più profondo e personale che chiamerei nostalgia di un ruolo. Costoro, infatti, hanno avuto per decenni, nella Milano industriale e operaia amministrata (spesso bene) dalle sinistre, un ruolo importantissimo: erano celebrati, consultati, ascoltati, utilizzati... e pagati. In realtà molti di loro sono pagati anche oggi dal centrodestra, ma non hanno più quella funzione sacerdotale, da chierici di regime che avevano ai loro bei tempi. Semplicemente perché la città è profondamente cambiata e questi nostri intellettuali non la riconoscono, non la capiscono o semplicemente, rimpiangendo quella di 20-30 anni fa, non la amano. Hanno una nostalgia struggente per la Milano delle fabbriche e delle tute blu; detestano - e lo dicono apertamente - quella della moda, del design, della finanza, dell'alta tecnologia, dei servizi avanzati, della ricerca e dell'innovazione. Si consumano nella evocazione della città che chiudeva alle sei di sera e detestano quella di oggi che tira notte. Per questo, non vedendo quello accade intorno a loro, vengono colti alla sprovvista dai cambiamenti, sbagliando analisi e previsioni sociali, culturali e politiche. Per questo, insomma, non ci azzeccano mai.