«Milano deve riconquistare il suo primato culturale»

Arrivata da Genova negli anni ’50, ha creato una delle case editrici più raffinate d’Italia. Quando la città era la capitale della creatività

«L’ordine è il piacere dell'intelligenza, il disordine è la delizia dell'immaginazione». Le parole di Anatole France sono bene in vista, accanto a foto di famiglia e a una vecchia copertina di Bolero con la foto di Gary Cooper, nell'ufficio di Rosellina Archinto, un editore le cui pubblicazioni - pensiamo alla splendida collana di lettere - riflettono la sua passione per la cultura. «La cultura è tutto, dice, conoscenza, vita, educazione».
Nata a Genova, Rosellina Archinto è venuta a Milano, alla metà degli anni Cinquanta, per frequentare all'Università Cattolica la facoltà di Economia. «Anni straordinari, vivaci, allegri, molto piacevoli. Dovevamo seguire le lezioni indossando il grembiule nero e il rettore, Padre Gemelli, era severissimo con noi ragazze. Il rapporto con professori - Andreatta, Fanfani, Boldrighi, Vito, Mengoni - era ottimo. Milano offriva un ambiente divertente, aperto, per quanto non avessimo la libertà di oggi e ci dovevamo accontentare delle partite a ping pong. Alla Cattolica poi Gian Luigi Rondi teneva un corso di cinema che mi ha insegnato molto».
Dopo la laurea lei si sposò e si trasferì con suo marito per qualche anno a New York per frequentare alla Columbia University corsi di psicologia...
«Volevo occuparmi di ragazzi e quando tornai a Milano nel 1966 fondai una casa editrice - la Emme Edizioni - che ha rivoluzionato il libro per bambini in Italia, pubblicando i lavori dei più grandi illustratori italiani e stranieri e rompendo così una sorta di blocco sull'editoria per l'infanzia che da noi era considerata una letteratura di serie B».
Com'era Milano in quegli anni?
«Dinamica, ricca d'iniziative, una città che offriva di tutto: mostre, teatri, concerti, e non mi riferisco solo alla Scala e al Piccolo Teatro. Direi che negli anni Sessanta ha detenuto in Italia un vero e proprio primato culturale. Non dimentichiamo che le prime mostre di pop art si sono tenute proprio a Milano Mi sentivo perfettamente a mio agio, la città mi dava moltissimo. Poi venne il '68. Allora avevo più di trent'anni e non facevo parte dell'ambiente universitario, ma ho seguito quel periodo che tanti mutamenti ha prodotto nei giovani e che ha avuto assieme aspetti negativi e positivi».
Seguito dagli anni di piombo...
«Un periodo brutto, ma che Milano ha superato bene, pur se con qualche ferita. Negli anni Ottanta ho fondato la casa editrice che porta il mio nome. Le mie giornate erano ricche d'incontri, di vita intensa piena d'interessi. Frequentavo un po' tutti i protagonisti della cultura, - Calvino, Soldati, Vittorini, Manganelli, Citati, Moravia, Magris e Linder, un grande agente letterario. Molti di loro erano stati autori di libri per ragazzi pubblicati dall'Emme edizioni. Andavamo a cena al “Soldato d'Italia” o al “Ciovassino”, ma non si trattava di pranzi in cui si prestava attenzione alla gastronomia, ma l'occasione di discussione, di confronto. Un altro periodo bellissimo».
In seguito, pur rimanendo direttrice editoriale, lei ha ceduto la casa editrice alla Rizzoli, alla metà degli anni Ottanta. Cosa era cambiando?
«L'editoria e tutto il mondo culturale attraversavano un momento difficile, ed anche Milano si è trasformata profondamente. Ha perso la memoria dei suoi anni d'oro, adesso è una città basata sul potere, sul danaro, non c’è più quel senso di cultura di allora e molti problemi sociali sono venuti a galla. Tuttavia, e fa onore a Milano, esiste, ieri come oggi, una forte presenza di volontariato, soprattutto fra i giovani. Lo dico per esperienza poiché per molto tempo mi sono occupata di aiutare, in un apposito centro, giovani ragazze».
Cosa non va nella Milano di oggi?
«È come se avesse perso l'entusiasmo, il sabato e la domenica si evade, è venuto meno il senso di appartenenza alla città, i milanesi sono divenuti indifferenti, estranei. Una volta non era così. In altre parole Milano è divenuta una città che non appartiene più a nessuno, una città sporca, lasciata a se stessa».
Come vede il futuro? E da dove bisogna cominciare per riconquistare terreno?
«Mi auguro che l'Expo possa servire per rilanciare le opere pubbliche, per dar funzionare tutto meglio, a far ricuperare il terreno perso in campo culturale, come in provincia dove si svolgono manifestazioni interessanti, da apprezzare. I giovani seguono i concerti, visitano le mostre, è vero, ma non basta. Le istituzioni devono recuperare la forza per dare la spinta sufficiente a superare il declino, basta pensare alla crisi dell'Orchestra Verdi. Milano insomma è una città che deve tirarsi su le maniche».