A Milano dialoghi d'arte transgenerazionali

La galleria «Gli eroici furori» presenta un nuovo ciclo di mostre dedicate a maestri e allievi. Primi protagonisti Gianfranco Ferroni e Fabrizio Pozzoli

La galleria d'arte milanese «Gli eroici furori» presenta, per la prossima stagione espositiva, un nuovo ciclo di mostre dedicate al dialogo ideale fra autori di generazioni diverse. Coppie di artisti, maestri e allievi, figure consacrate del mondo dell'arte e giovani interpreti, saranno chiamati per l'occasione a confrontarsi su temi, riflessioni e linguaggi che, a distanza di tempo, sembrano combaciare, intrecciarsi in un gioco di rimandi e citazioni dagli esiti affascinanti. Primi protagonisti di questo incontro sono Gianfranco Ferroni (1927-2001), autore di spicco della pittura italiana di secondo Novecento, celebrato tre anni fa da una grande antologica allestita a Palazzo Reale a Milano, e Fabrizio Pozzoli, giovane scultore milanese, salito nel 2009 sul podio del Premio San Fedele Giovani Artisti e noto per le sue figure, corpi d'uomini e teste, spesso di dimensioni monumentali, ottenuti dalla tessitura inesausta del filo di ferro, capace di sagomare nell'aria fisionomie dal retrogusto esistenziale. Lo stesso che distingue da sempre la ricerca di Ferroni, con i suoi interni spogli, i pochi oggetti, nature morte di ordinaria solitudine dove persino la polvere in sospensione sembra bloccata nel vuoto in attesa di un accadimento. "Seriamente, che si può dire sul vuoto? - scrisse l'artista in risposta a un quesito di Fagiolo dell'Arco - In diversi titoli dei miei quadri compare con una certa frequenza: "la stanza vuota", "lo spazio vuoto", "il vuoto-la melanconia". Il senso è presto detto: la non presenza umana; l'estraniazione e spesso, più recentemente l'attesa. Il vuoto che si coniuga con l'aspirazione a una religiosità "altra". Io, laico convinto, sono in attesa: attesa di un improbabile evento, o miracolo o apparizione; ma soprattutto di un senso da dare alle cose: dare nuova significanza a ciò che non ha più significato". Quello che colpisce tuttavia in tutto ciò, e che lega la riflessione di Ferroni alle ultime ricerche di Pozzoli, è proprio il senso della presenza umana, il cui peso impalpabile si percepisce sempre e comunque dietro i tavoli spogli di Ferroni, come un'ombra, un fantasma, un'impronta umana che sembra avere, per un attimo, attraversato la scena. È il suo profilo asciutto, il suo fisico sofferente che si intravede o si immagina in un angolo della stanza e che certe fotografie scattate con la sua vecchia Assemblad catturano nel bianco e nero; esattamente come Pozzoli ingabbia nelle sue matasse di metallo parvenze senza volto, emblemi di una solitudine universale, che il giovane autore milanese non tarda ad ispirare alle figure del maestro, attualizzandole nelle forme e nei sentimenti.