«Milano dorme: per l’Expo deve pensare in grande»

«Un’autentica metropoli fa la corsa su Tokyo, non su Smirne. Serve coraggio: si vince portando qui i drammi del mondo»

nostro inviato

a Casale Marittimo (Pisa)
Per incontrare Oliviero Toscani, uno dei milanesi più famosi nel mondo, sempre che il mondo lo consideri ancora milanese vista l’internazionalità della figura, bisogna raggiungere La California, una frazione di Bibbona lungo la via Aurelia, sorta di boa sul mar Ligure da doppiare per puntare verso le colline di Casale Marittimo. Mare alle spalle, si cambia provincia; si lascia quella di Livorno per entrare nel Pisano, si cambia soprattutto linee e orizzonti come Toscani, già fotografo di grido, a suo tempo cambiò vita allontanandosi da Milano dove nacque nel febbraio di 66 anni fa «in via Como perché mio padre Fedele, fotoreporter, lavorava al Corriere della Sera ed era logico abitarvi vicino».
Centoventi ettari nei quali si inseguono a olivi e vigne, a boschi e prati, a maneggi e stalle, l’occhio cade anche sul suo marchio, una O bella tonda con una T all’interno mutuata dalla A di anarchia. Senza pensarci, suo babbo gli ha fatto un gran bel regalo. Poteva chiamarla Giuseppe o Sergio e cambiava tutto.
«Ma conta anche la T».
Quella però era fissa, automatica. Piuttosto, perché qui e non più Milano?
«Negli anni Sessanta lavoravo a Parigi per via della moda, c’era New York e mi recavo spessissimo a Londra. A Casale arrivai perché dipingevo, era il ’62, avevo vent’anni e rimasi impressionato dal posto, lo memorizzai e quando dieci anni dopo mi sposai si voleva una casa di vacanza».
Una scelta immediata?
«Più o meno. C’era in ballo Panarea ma io odio la costrizione a cui ti obbliga un’isola, non puoi scappare così un po’ da hippy comperai qui. Non c’era nulla di quello che si vede oggi».
Se non la bellezza.
«Che però ti tiravano dietro. Era il ’69 e la casa di Milano, in via Argelati, non la lasciai, almeno non fino al ’76 quando con Kirsti, mia moglie, ci chiedemmo dove mettere su la nostra casa e la risposta fu “perché non là?” cioè qui».
Splendido.
«E pure comodo. Viaggio molto e in fondo si tratta di alzarsi, salire in auto e andare a prendere un aereo».
Pisa, Linate o Malpensa in pratica pari sono.
«Sì, però qui posso allevare una sessantina di cavalli, giro per i paesi in calesse, produco il mio olio e il mio vino, ho le mie galline e quando mi gira di bermi un uovo fresco lo posso fare».
Da oltre trent’anni via da Milano, cosa le piace della sua ex città?
«Bene o male è la città dove è stato inventato il Futurismo grazie a un preciso spirito di rottura e poi ha sempre avuto una grande generosità e una voglia di fare, anche se ora...».
Ora si prepara per l’Expo.
«Sì, però il vero guaio dell’Esposizione Universale è che il confronto era con Smirne, non Parigi o Berlino e nemmeno Barcellona. Le autentiche grandi città non lo cercano più e lasciano il giocattolo a quelle di serie B che hanno bisogno di risollevarsi. Milano oggi è una città di fighettini dove manca il senso del rischio. Non dico di risolvere tutti i problemi, ma almeno di affrontarli. Senza contare che io che fotografo l’essere umano, trovo un numero ben maggiore di stimoli a Parigi, per dire, dove le facce sono di tutti i colori».
Nei giorni scorsi, il Salone del Mobile ha animato ogni angolo.
«Ho fatto un evento con l’Ottagono e so che i palazzinari si stanno scatenando, ma quando sento parlare di Milano come della capitale mondiale del design, mi chiedo dove sia tutto questo design. Mai stato a Helsinki? Lì il design inizia fin dall’aeroporto, vogliamo parlare di quanto fanno schifo in tal senso i due scali milanesi?».
Molto. Segue il tema Expo?
«Quello che non mi piace è sentire parlare di una città a misura d’uomo. Le grandi città non sono a misura d’uomo, Perugia lo è e infatti è piccola. Milano deve ragionare in grande come se fosse Tokyo e lasciare perdere idee strampalate come i boschi verticali. Chi vuole vivere nel verde, deve fare come me e si trasferisce in campagna. Visto il tema del 2015, Nutrire il pianeta, la Moratti deve portare in città i problemi del mondo e metterli in prima piano a iniziare dai bambini denutriti, vittime della guerra e del razzismo, la fame da sfidare con una vera azione di stampo futurista, andando a vedere i problemi direttamente entro all’uomo per mettere le condizioni per un reale sviluppo dell’umanità».
Sarà così?
«No, alla fine vincerà la logica della politica e si accontenteranno tutti».
Non è lo spirito di Milano.
«Milano ha la più bella periferia d’Italia e nella zona della Borsa è riuscita a far coesistere il passato e l’architettura degli anni Trenta. Poi sono stati fantastici gli anni Cinquanta e i Sessanta, purtroppo una volta nei Settanta, mentre altri centri facevano il loro balzo, Milano si fermava e l’Italia pure. Poi siamo grandi nella moda, però è un problema».
Un problema?
«Più della metà del bilancio americano poggia sullo sfruttamento dei copyright, tecnologia insomma, e noi? Noi non abbiamo brevetti e ci siamo fatti rubare anche la pizza e l’espresso. Se la cucina italiana è famosa nel mondo dobbiamo ringraziare gli stranieri, certo non il nostro provincialismo. Mi ricordo che quando un americano o un tedesco chiedeva di chiudere un pasto con un cappuccio gli ridevano in faccia, poi è arrivato Starbucks e glielo ha servito vincendo. In America fanno pure un ottimo pesto, perché non potrebbero? Se vogliamo vincere le sfide del mercato dobbiamo buttarci sul mercato e confrontarci. Il mio enologo, ad esempio, mi ha suggerito di impiantare Teroldego, uva tipica del Trentino, e l’ho fatto anche se sono in Toscana, perché dovrei rinunciare alla possibile di un signor vino?».
Già, perché no?