«Milano dormiva ma l’ho svegliata a suon di mostre»

L’assessore alla Cultura fa il bilancio dei suoi dodici mesi in Comune. La prossima sfida? Rilanciare i teatri con un festival

Un commento a caldo su questo primo anno di assessorato?
«A differenza degli altri ruoli più politici che ho ricoperto, qui mi sono misurato come amministratore, ruolo molto impegnativo, specialmente nella città più importante d’Italia dove i temi della cultura sono vivi. Milano è po’ assopita: da un lato la devi svegliare, dall’altro non trovi svegli tutti quelli che servirebbero. La città ha sentito il mio arrivo e io ne ho tratto vantaggio perché c’erano strutture che funzionavano: Palazzo Reale, la Besana, il Pac, la Triennale, la Scala, il Piccolo. Insomma le principali istituzioni culturali italiane sono a Milano, e non è più vero che a Milano c’è torpore, come dicono dalle parti di Roma».
Veniamo alle mostre, il suo settore preferito...
«Sono orgoglioso di quelle che abbiamo fatto: Serrano, 25mila visitatori, la Street art, la mostra di maggior successo della storia del Pac con 60mila visitatori. È in corso Serafini che sta andando benissimo. Abbiamo fatto rinascere la Besana con un omaggio dovuto a Buzzati, che ha contato 18mila visitatori. A luglio si aprirà Schnabel. Se poi si guarda Palazzo Reale, mai sono state fatte tante mostre: da Boccioni a Tamara de Lempicka, Nefer, Kandinsky, Donghi, Camera con vista. Stiamo programmando la mostra sull’Arte italiana con frenesia, rispetto alla tranquillità di un tempo. Milano è stata favorita dalla richiesta di una popolazione che non è affatto estranea alla domanda culturale, anzi».
I soldi forse non sono all’altezza della situazione, come lei aveva detto...
«Sì, il bilancio è generalmente misero, ma è del tutto insignificante che lo sia, perché qualsiasi attività culturale uno voglia fare, la fa. Non c’è niente che io abbia pensato che non trovasse poi immediata sponsorizzazione. Così abbiamo acquistato l’archivio di Fontana con uno sponsor. Non è che manchino i denari, è che i denari sono bloccati, quelli che puoi manovrare liberamente sono pochi. Quello che invece non funziona è il discorso sull’estetica della città: le mie polemiche sono valse quello che sono valse rispetto all’inopportunità di alcuni progetti come CityLife. L’assessorato all’Arredo urbano fa quelle cose improponibili come le mucche in tutta la città... da un lato uno fa un gesto altissimo e assolutamente competitivo, che è quello dello scheletrone di De Dominicis, poi metti invece queste vacche, con gli assessori che pensano di fare cultura sopra di me, autorizzando cose che io ho detto che non volevo fare. La gente poi mi chiede conto, come è successo con il palloncino (l’installazione di Pavel Althamer all’Arena ndr)».
E la famosa rivoluzione estetica che Sgarbi aveva inaugurato, con tanto di Comitato per il bello, che fine ha fatto?
«Non si può fare, la Moratti non è abbastanza “sgarbista”. Non si può fare niente, non si può parlare, è stato inutile».
Ci sono state anche delle tensioni con gli altri assessori per questioni di competenze, è stato sgridato dal sindaco, ha rischiato di venire cacciato. Insomma è stato un anno di battaglie, alcune perse, alcune vinte...
«Le ho vinte tutte le battaglie, ma in modo assurdo. A un certo punto ho detto: “Mi dimetto”, è stato per il Leoncavallo. Lì ho vinto io, gli autonomi sono ancora lì e non li manderanno mai via, e poi a me non interessava risolvere il problema, l’ho detto in tutte le lingue. A me interessa l’opera, se mi chiedono cosa penso dei graffiti al Leoncavallo dico che vanno bene. Quando mi hanno detto che non dovevo entrare in quella materia per questioni legali ne ho preso atto ed è nata la pantomima dei sottosegretari che venivano e che non potevo accompagnare».
L’altra battaglia, con tanto di dimissioni minacciate, è stato il parcheggio di Sant'Ambrogio...
«È un problema tipico della mancanza di sensibilità culturale del sindaco rispetto ai valori simbolici: io sono cattolico meno di lei, Sant’Ambrogio è il simbolo del patrono di Milano, non sono io che in giunta ho detto: “Il parcheggio si può fare 150 metri più in là”. Mi deve spiegare allora perché un tecnico dice il contrario. Quella battaglia non l’ho né vinta né persa, l’ha persa il sindaco».
E lei ha rischiato di venire buttato fuori...
«È vero, ho minacciato le dimissioni, ma se dovessi dimettermi tutte le volte che vado sotto, dovrei dimettermi ogni volta… sono sempre in minoranza. Lei era sulla mia linea, dopodiché non sappiamo perché l’abbia cambiata, fare il parcheggio a Sant’Ambrogio è una sconfitta morale. La questione però va vista alla rovescia: il problema non sono i rimproveri, ma il fatto che non mi abbia dato sufficiente potere sulle questioni di cui si parlava con lei. Se vuoi una politica culturale, non puoi chiamare Sgarbi e poi fargli condividere la linea con gli altri assessori, che devono occuparsi dei loro ambiti e non di cultura. Così vale per il turismo che dovrebbe promuovere le iniziative dell’assessorato alla Cultura invece di farne di proprie: l’assessorato, per esempio, ha deciso di fare delle opere liriche al Castello, senza parlarne con me, ma verificando dai miei uffici che Castello fosse libero. Mi chiedono gli spazi come se fossi un affittacamere. Questa confusione fa lavorare male, induce a sprecare i soldi.
Un discorso invece su cui è stato superato dal sindaco è stata la targa a Calabresi, messa prima dell’obelisco che aveva proposto.
«Il significato del mio gesto rimane: avevo proposto un obelisco perché ha una forma degna del simbolo. La targa è orribile».
Sull’intitolazione di una via a Camilla Cederna e a Craxi la Moratti ha frenato...
«Su Craxi ha frenato sbagliando, mentre sulla Cederna è stata lei a proporlo, come compensazione della via alla Fallaci ma l’operazione non è riuscita. Adesso sono convinto che sia giusto così, se la città si riconosce in Calabresi, non può riconoscersi nella Cederna».
L’obiettivo per l’anno prossimo?
«Sistemare i teatri e organizzare un festival del teatro milanese».
E l’annosa questione degli Arcimboldi?
«Ha avuto beneficio dal mio assessorato tanto da diventare una macchina produttiva: in 70 spettacoli ha incassato 3 milioni e 800mila euro, arrivando largamente al pareggio delle spese. Stiamo lavorando alla Fondazione e alla costituzione di una squadra al massimo di 20 persone che si occuperà della programmazione».
E lei? Ha qualche timore che Milano la dimentichi dopo questa esperienza?
«Sono indimenticabile»...
Ha già proposto il Palasgarbi però...
«Aspetto un Palasgarbi fatto da Renzo Piano visto che il Comune non gli ha mai commissionato niente».
Un’altra battaglia è stata la Milano aperta di notte, il Cenacolo aperto fino all’ora di cena...
«I sindacati si sono rifiutati, io avevo trovato anche gli sponsor».
I musei avranno l’ingresso gratuito e il biglietto unificato?
«In parte lo faremo quest’estate: tutte le sedi saranno aperte e le mostre si visiteranno con un biglietto unico a quindici euro».
La cosa più divertente che ha fatto quest’anno?
«La mostra di Serafini».
La cosa peggiore?
«L’esperienza con quelli di Nefer, della fondazione Dnart».
Cosa ha imparato a Milano?
«Nulla di nuovo, se non che è una città che ha enormi potenzialità».
Sgarbi si vede molto meno in giro, adesso... la verve sgarbiana si è sopita?
«No, non vale la pena fare grandi progetti se poi non si riesce a realizzarli».
Si è messo a lavorare, allora Sgarbi è diventato milanese...
«Mi faccio una risata: ah, ah, ah».