Milano e la cura Djordjevic: «Bisogna ripartire da Bulleri»

«È un grande giocatore. Ma anch’io, prima di lui, ho rischiato di dovermene andare da qui. Questa sfida non mi spaventa: penso di avere qualcosa da dare»

Oscar Eleni

da Milano

La mongolfiera di Alexandar Sale Djordjevic, proprio come un anno fa, si alza sul cielo dell’Olimpia Armani quando si aspettava la neve e qualche altro crollo. La Milano del basket, che nella storia ha sempre difeso i suoi allenatori, tre in tutto per 40 anni (Rubini-Faina-Peterson), seguendo poi i sussulti dell’epoca che viviamo quando in città sono arrivati sceriffi con altra cultura, liquida Lino Lardo, l’artefice dell’impresa che l’anno scorso portò la squadra alla finale scudetto, per cercare un cielo diverso, per affidare un giocattolo che sembrava gioiello, prima di apparire oro matto, ad un serbo geniale. Uno che sul campo ha vinto tanto, ha fatto meraviglie, uno che ha imparato a vincere da ragazzo, che da campione ha passato anche brutti momenti, che nella storia Olimpia entrò fulminandola nella semifinale europea di Istanbul del 1992, prima di stregarla come costruttore di gioco e canestri in due occasioni, attraversando, come il Bulleri che deve rigenerare, le stesse trappole sul Naviglio, avendo però al fianco Mike D’Antoni che fece resistenza quando si pensava di doverlo congedare in anticipo.
Eccolo Djordjevic al tavolo di una festa per Marco Klinger con l’amico Pittis (lo porterà in società o lo vorrà come giocatore?), con Pessina, sereno nella scelta, mefistofelico nell’accarezzare il timone. Tocca a lui, come era scritto da tempo. Si pensava che lo avrebbe fatto ancora una volta da giocatore, ma ha resistito, voleva di più. Adesso ci è riuscito. Sarà il tai pan della Nobil Casa in scarpette rosse con un contratto di un anno e mezzo, allungabile, che ferma subito qualsiasi trattiva con Recalcati. Ci vuole orecchio per capire le cose, lui ha già dimostrato di averlo, chiedendo chiarezza, libertà assoluta nella conduzione tecnica e nella gestione del personale giocatori, senza preoccuparsi se al manager di oggi hanno allungato il contratto e migliorato i compensi, segnale di possibili smobilitazioni smentite ieri nella conferenza di presentazione dall’Adriano Galliani che ha confermato la fiducia a Corbelli e Natali vittime, secondo lui, di un’ingiusta contestazione.
Perfetto, tutti amici come prima, ma intanto Lardo è andato via senza scambiare due parole con il sostituto, ferito, amareggiato, convinto di aver subito, forse giustamente, un trattamento che non meritava, ma avrebbe dovuto dirlo anche ai suoi giocatori mentre il pallone si sgonfiava. Per il marinaio giansenista di Loano ha risposto proprio Sale annunciando che questa Olimpia deve tornare a correre, dare gioia, pressando, senza dimenticare l’impostazione base che c’era prima. Allievo di tanti grandi maestri, riconoscente con tutti, ha spiegato in maniera semplice cosa intossicava questa Milano: «All’inizio si era parlato di cose che non dovrebbero mai essere dette, vincere a tutti i costi. Trappole pericolose per chi non è abituato a conviverci. Penso di aver qualcosa da dire e da dare a questa squadra. Con Bulleri il discorso sarà semplice, perché è un grande giocatore, perché io, prima di lui, qui a Milano, ho rischiato di dovermene andare. Le sfide non mi spaventano».
Ne siamo sicuri e per questo non siamo neppure sorpresi che abbia voluto mettersi al lavoro subito, invece che lunedì prossimo, schivando le lame di due partite difficilissime: stasera in Eurolega contro i campioni del Maccabi al Forum e il mezzogiorno di domenica a Bologna contro la Virtus diventata Vidi-Vici, tutte e due in diretta Sky. Per l’Europa, senza speranze, nessun ostacolo regolamentare, perché ha un patentino da allenatore serbo come spetta ai campioni d’Europa e del mondo, ai medagliati olimpici; per l’Italia dipenderà da tante cose, ma esistono scorciatoie, intanto arriva come suo vice Milan Minic, integrato con Fioretti e Montefusco. Non vuole altri giocatori, tenta con questi, ma prima cercherà di capirli, con alcuni ha giocato l’anno scorso, altri vanno visti da dentro, per ora garantisce solo una cosa mancata al tatto di questi dirigenti: discutere tutto e cercare di risolverlo dentro quattro mura.