«Milano e Varese, la stessa faccia del basket decaduto»

Armani quasi fuori in Europa, Cimberio praticamente retrocessa: l’uomo che ha rappresentato due miti parla del loro declino. «Ma è tutta la pallacanestro italiana che ha perso la sua identità»

Dino Meneghin, 57 anni il 18 gennaio, miglior giocatore italiano della storia, anima dirigenziale della nazionale, imprenditore, ambasciatore europeo dell'Armani Jeans Milano. Appunto, Milano, definitivamente fuori dall'Europa dopo la sconfitta in casa col Cibona di mercoledì sera. E Varese, l’altro suo passato da giocatore, ultima in classifica. Che dice? «Sa, sono due cantieri Anas, ci manca solo il cartello di lavori in corso e gli operai con il caschetto».
E in certe piazze i ritardi pesano ancora di più.
«Sì, perché a Milano non puoi mai essere mediocre, era così anche ai miei tempi. C'è pressione da parte di tutti, la gente è competente e vuole successi ma anche bel gioco. E a Varese la storia è simile».
Milano però nel 2005 sfiorava lo scudetto, perso solo in gara 4 contro la Fortitudo Bologna con il tiro da tre di Ruben Douglas sulla sirena. Pareva l'inizio della rinascita. E invece?
«E invece il paradosso è che forse i tifosi avrebbero accettato meglio di perdere lo scudetto a Bologna nella "bella". Così invece molti hanno pensato che si era tornati alla fase dei traguardi solo sfiorati. E in più la squadra dopo quel campionato cambiò troppo e perse il filo».
E sono finite le bandiere come Meneghin? Non è ora di recuperarle?
«Secondo me sì. È sempre bello avere punti di riferimento, altrimenti svanisce il senso di appartenenza e continuità. Ora chi non va bene viene spedito via, non è tutelato neanche da un contratto biennale. Fino a pochi anni fa se uno straniero non rendeva, il coach lo prendeva da parte e gli faceva il mazzo in allenamento. Oggi invece è troppo facile spedirlo a casa. Vedi Daniel Santiago a Varese qualche anno fa: lo prese il presidente Bulgheroni, Recalcati non era entusiasta ma lavorò con lui. Alla fine Varese vinse lo scudetto».
Continuità, senso di appartenenza. A Milano vuol dire Danilo Gallinari, ora.
«Infatti. E i tifosi si identificano con lui e sono disposti a perdonargli eventuali errori perché è uno di qui, uno di loro. È un ragazzo serio che deve ancora crescere, e per farlo deve giocare almeno un paio d'anni Milano, non nella NBA o a Mosca. Vorrei vedergli fare più spesso le cose facili, poi però c'è il rischio che se sbaglia quattro tiri difficili di fila poi rinunci magari ad un tiro semplice».
C'è chi storce il naso vedendo piccoli club nei primi posti del campionato.
«Ma il problema è un altro: loro lavorano seriamente, sono le squadre delle grandi città che non funzionano, e parlo anche di città ora senza basket come Genova, Firenze, Verona, Torino. Centri che richiamerebbero attenzione anche sui giornali e in tv».
E del basso livello soffre anche la nazionale.
«C'è poco ricambio: Gallinari è uno che ha personalità e non ha paura a fare le cose, stimo anche ragazzi come Vitali, Amoroso, Datome. Ma troppi altri sono privi di personalità e fame, quella che hanno gli slavi. È per quello che campioni come Carlton Myers possono ancora fare una grande figura a 35 anni. Io ricordo che passati i 30 guardavo ai grandi giocatori che producevano in continuazione in Jugoslavia e pensavo: "ho avuto un bel c... a nascere in Italia"»