Milano forse sta rinascendo ma non si occupa dei milanesi

(...) Tutto questo contribuisce, insieme a molti altri aspetti più difficilmente quantificabili, a costituire quel senso di ordine (o di disordine), di simpatia (o di antipatia), di cura (o di incuria) che rende piacevole (o spiacevole) la permanenza in questa città, e desiderabile (o indesiderabile) tornarci.
In un secondo momento si potrà approfondire l’indagine, valutare le condizioni della sanità, informarsi circa i progetti e le grandi opere in corso di realizzazione, studiare la composizione sociale, il tasso di occupazione, il reddito pro capite, la ricettività delle università e il loro valore, e via dicendo.
Ma l’impressione generale che l’impatto con la città ci offre è sempre un buon inizio di cammino. E dietro questa impressione c’è sempre la presenza di chi guida la città.
Qual è, dunque, l’impressione generale che ci offre, oggi, una camminata per Milano? Che segnali, che messaggi ne riceviamo?
Chi mi legge sa che, nel caso di Milano, il mio sguardo sulla città contiene un pregiudizio positivo: amo molto questa città, mi capita spesso di difenderla dagli attacchi malevoli dei passatisti e degli scontenti e ritengo che Milano possa costituire, in un futuro abbastanza vicino, un modello molto interessante per lo sviluppo delle aree urbane europee. Il mio pregiudizio positivo si estende anche agli amministratori della città. Io ho votato per questo sindaco e per questa giunta, nella quale conto anche alcuni buoni amici.
Tuttavia l’impressione che ho vivendo a Milano e girandola a piedi, incontrando persone diverse che a qualunque titolo hanno un posto nel destino di questa città (amministratori, medici, artisti, costruttori, architetti, giornalisti, commercianti), è di segno decisamente negativo.
Questo giudizio nasce dalla persuasione che, di tutti i fattori di cui l’amministrazione cittadina tien conto nel valutare la direzione da dare ai propri interventi, ce ne sia uno scarsamente considerato: il fattore umano. La sensazione nettissima è che, se è in atto una rinascita della città, i milanesi non ne siano affatto protagonisti. Molte energie e molti capitali vengono investiti nella grande scommessa-Milano, ma la persona umana (non l’imprenditore, il manager, il commerciante, il professionista, il turista, il «giovane», il pensionato, ma qualcosa che viene prima) viene lasciata da parte.
Milano, in altre parole, si occupa di molte cose, ma assai poco dei milanesi. Un esempio. È sufficiente qualche goccia di pioggia, una manifestazione di moda, una fiera a Rho Pero, e la città collassa: traffico immobile, posteggi dei taxi deserti, radiotaxi perennemente occupati. Così gli appuntamenti saltano: quelli di lavoro, quelli d’amore, quelli con la sopravvivenza.
Un altro esempio. Le centinaia di cantieri aperti in città, alcuni grandi - sui quali siamo un po’ più informati - e moltissimi piccoli, sul cui senso grava il mistero. Vie sbarrate, piazze inaccessibili: a volte è per realizzare parcheggi sotterranei, altre volte non si sa. Diverse strade, nella cosiddetta semiperiferia cittadina, sono state strette, i marciapiedi allargati a dismisura in zone di scarso interesse (nessun cinema, nessuna area shopping), e questo con l’unico risultato di peggiorare le condizioni della viabilità, anche perché nel frattempo si continua a posteggiare in seconda fila senza paura di ricevere multe.
Ma quello che infastidisce di più è la totale mancanza di informazione. Chi amministra questa città non ritiene di dover informare i cittadini circa il senso delle proprie scelte, lo stato finale della città al termine di tutti questi interventi, il modello definitivo di metropoli al passo con la sfida della globalizzazione, e per finire l’apporto originale dei milanesi in quest’opera.
Qualcuno dirà che i milanesi di oggi non sono più gli stessi di dieci anni fa. Lo so. Ma so anche che uno straniero che vive da dieci anni a Milano è diverso da un connazionale che vive da dieci anni a Napoli, Roma o Torino. Bisogna tenere conto di questo carattere, di questo Dna prezioso.
L’impressione, viceversa, è di una città funzionale non ai cittadini ma soltanto a qualcuno, per i disegni, gli interessi, i soldi di qualcuno - qualcuno che, come rimarca Aldo Bonomi, non ha più nemmeno la territorialità che caratterizzava la vecchia classe dirigente, perché manca dalla città sia durante la settimana (in giro per il mondo a curarsi dei propri affari) sia durante il week-end (mari e monti).
Lo stato di stand-by in attesa della sentenza di marzo circa l’Expo 2015 si avverte girando per la città. È come se la partita di chi guida Milano si giocasse soltanto lì. Se così fosse, significherebbe che la partita per i cittadini è già finita, e che la nuova Milano sarà magari ricca e importante, ma funzionale a un disegno che non ci riguarda più.