«La Milano del futuro non deve aver paura del cemento in periferia

Achille Colombo Clerici, presidente di
Assoediliza, traccia la strategia vincente per l'urbanistica ambrosiana. «Per far crescere la città occorre una politica amministrativa che ridia nuovo slancio»

Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia, ha suscitato clamore l'annuncio dell'Assessore allo Sviluppo del Territorio Carlo Masseroli di voler portare Milano, da qui al 2030, a due milioni di abitanti (oggi sono ufficialmente meno di 1.300.000). Cosa ne pensa? A parte il fatto che già oggi gli abitanti, tra residenti, irregolari e city users - senza contare i pendolari - sono quasi 1.700.000, credo che chi ha agitato la polemica abbia scambiato un semplice slogan, una filosofia di indirizzo economico-sociale, con un programma, anzi con un piano urbanistico dell'Amministrazione comunale: decisione che è ancora di là da venire. E comunque anche tra i piani e la realtà c'è di mezzo...». Milano ha comunque necessità di adeguarsi al futuro, di ridisegnare il territorio. L'ultima volta che la città ha disegnato il proprio futuro, con la variante del 1980 al piano regolatore del '53, ha puntato su due obiettivi: l'aumento della popolazione e il rafforzamento della funzione industrial. Obiettivi dimostratisi però sballati. Anche perché basta un 11 settembre finanziario come quello di cinque mesi fa per mettere in crisi tutti le previsioni più ragionate. Va dunque letta quella affermazione come un'aspirazione dell'amministrazione per realizzare la quale, oggi come oggi, a mio parere, non ci sono né le condizione economiche generali né, sulla base degli attuali rapporti indicativi della capacità insediativa teorica, quelle urbanistiche ovvero la disponibilità di aree. In soldoni? Di un'aspirazione che miri in alto Milano ha assoluta necessità. Ha bisogno di una politica amministrativa che tenda a riportarla ad un livello di attrattività e di competitività internazionale in grado di farla uscire da una preoccupante china discendente. Il rapporto precario con lo Stato sul piano fiscale, la debolezza della nostra politica nel far valere le ragioni del territorio, una prospettiva di federalismo che per ora fa intravvedere profili di penalizzazione della nostra realtà e l'incerta sorte del nostro sistema aeroportuale con l'aggiunta del rischio che Expo 2015 produca un risultato minore a causa della crisi economica, sono alcuni fattori ed indicatori di un malessere che attanaglia Milano. Ed allora ben venga una politica amministrativa che ridia slancio alla città. Altrimenti? Con le idee ed i programmi minimalisti si finisce per diventare la periferia dell'Europa: altro che locomotiva e salvadanaio fiscale d'Italia. In ogni caso, non sarà la astratta capacità insediativa del futuro Piano di governo del territorio a creare problemi, ma semmai il modo nel quale lo stesso piano verrà attuato. Ma come valuta la questione degli indici edificatori aumentati? Non so proprio come mai sia stata tirata fuori la questione dei 2 milioni di abitanti, nel momento in cui si discuteva di aumentare gli indici edificatori territoriali del vecchio documento di programmazione urbanistica dell'anno 2000. Una misura certamente su cui riflettere, visto che si trattava di attribuire una volumetria ad alcune aree prima della entrata in vigore del sistema perequativo previsto dal piano di governo del territorio. Ma certamente una misura di portata limitata dal momento che interessava non più di 3 milioni di metri quadri di aree dei Piani integrati di intervento e semmai 1 milione e 700 mila metri quadri di aree a standard con vincolo decaduto». Traducendo, un maggior insediamento al massimo di undici, dodicimila abitanti. Esattamente. I termini della discussione avrebbero dovuto dunque essere diversi. Sembra però che Assoedilizia intravveda qualche rischio nella gestione del Piano di governo del territorio qual è stato presentato alla città. Ci può essere qualche rischio se si privilegiano le ragioni della città costruenda rispetto a quelle della città costruita. In che senso? Tre ragioni economiche potrebbero spingere il Comune a promuovere nuovi interventi edilizi a scapito di una attenzione alla parte più debole della città preesistente. Primo, il vantaggio derivante dal meccanismo della gestione dei volumi commerciabili ed eventualmente l'acquisizione delle aree svuotate di edificabilità. Secondo, l'incasso degli oneri di urbanizzazione primaria e secondaria, nonché l'acquisizione delle aree di cessione. E terzo elemento, l'iscrizione nei ruoli dell'Ici di tutte le nuove costruzioni. Il rischio è che vada in sofferenza la periferia popolare: la città nuova non deve essere realizzata in alternativa a quella esistente. Ed è per questo che occorre vigilare affinché ciò non avvenga. Concretamente, cosa potrebbe avvenire ? Se il Comune, spostando tutta la sua attenzione verso gli interventi di espansione, dovesse trascurare alcune zone, ad esempio quelle semicentrali delle periferie popolari permettendo il loro degradare, la tipologia più a rischio potrebbe essere proprio il condominio, dove il complesso meccanismo decisionale potrebbe portare alla paralisi operativa. La proprietà unica alla fine riuscirà sempre a salvarsi, al limite riconvertendo l'investimento. E la perequazione come può operare nel futuro piano di governo del territorio? Bisognerà istituire un'anagrafe delle aree oggetto di perequazione, come pure delle convenzioni urbanistiche, ad esempio quelle dell'housing sociale (per evitare disfunzioni in fase attuativa) e occorre garantire che il processo perequativo serva ad acquisire al Comune un patrimonio di aree verdi di pregio, e non, viceversa, si presti a conferire un valore economico ad aree che non ne hanno alcuno. Ma quali chances ha Milano di riprendere la storica vitalità ed ruolo di leadership in campo economico e sociale? Paradossalmente il proverbiale suo dinamismo è al tempo stesso un grande fattore propulsivo, ma in questi tempi di crisi anche un punto di debolezza. Come può essere? Può sintetizzarne le cause? Queste sono molteplici. Milano, davanti alla crisi economica in atto, ha più ridotti margini di resistenza, rispetto ad altre città dal minor dinamismo. Perché Milano ha dovuto in vent'anni metabolizzare una perdita di oltre 200.000 posti di lavoro, nel settore industriale e nell'indotto nonchè la chiusura di oltre 25.000 esercizi commerciali ed artigianali; ed ha dovuto supplire a questo vuoto, riconvertendosi velocemente ad altre funzioni. Un processo che non ha né precedenti né eguali nella storia delle città in era contemporanea. È l'etica del lavoro, tipica dello spirito ambrosiano, che ha consentito di vincere la scommessa. E, ora, quali sono a suo giudizio i quattro punti di forza di una politica amministrativa per il rilancio di Milano. Sicurezza, trasporti, ecologia, fisco. Quali sono i settori nei quali Milano si deve promuovere, per riconquistare il livello di attrattività internazionale che è andato affievolendosi? Questi, a mio parere, i fattori di progresso e di potere che possono costituire il fulcro di una politica amministrativa vincente: conoscenza ossia ricerca e innovazione, energia, comunicazione, servizi.