Milano, il giallo della mazzetta Quei soldi svaniti per un giorno

MilanoC’è un piccolo giallo intorno alla mazzetta da cinquemila euro costata l’arresto giovedì scorso a Milko Pennisi, consigliere comunale a Milano, nonché presidente della commissione Urbanistica. Perché è vero che Pennisi è stato arrestato in flagrante, alle spalle di Palazzo Marino, subito dopo avere incassato la tangente dal costruttore bresciano Mario Basso. Ma ora si scopre che, a differenza di quanto i giornali avevano raccontato in diretta, i quattrini non sono stati sequestrati nel corso dell’operazione. La «pistola fumante», la prova immediata del delitto, è saltata fuori solo il giorno dopo. Cosa sia accaduto esattamente nei momenti convulsi dell’arresto, quando Pennisi - vistosi scoperto - ha cercato di filarsela alla chetichella e liberarsi del contante, non è ancora del tutto chiaro. Sta di fatto che le banconote - quelle che erano state preventivamente fotocopiate una per una - per un bel po’ non si è capito che fine avessero fatto. Così, mentre un Pennisi tramortito dal disastro veniva interrogato dai pubblici ministeri, poliziotti e finanzieri continuavano a dare la caccia alla mazzetta.
Il dettaglio è emerso ieri mattina, nel corso dell’interrogatorio di Pennisi da parte del giudice preliminare Simone Luerti, chiamato a convalidare l’arresto disposto dalla Procura. La decisione del giudice verrà resa nota ufficialmente solo questa mattina, anche se l’esito - di fronte alle prove innegabili a carico del politico arrestato - appare scontato. Ma nel corso dell’interrogatorio di ieri mattina, Pennisi e il suo avvocato Antonio Bana hanno iniziato a mettere le basi per la linea difensiva con cui affronteranno un processo che parte tutto in salita. Ovviamente, Pennisi non può dichiararsi innocente. Ma offre una ricostruzione dei fatti che gli consentirebbe di limitare sensibilmente i danni. Dice in sostanza: non sono stato io a pretendere il pagamento della tangente, è stato invece Mario Basso a farsi avanti e a proporre l’affare.
Dal punto di vista etico cambia poco, e la carriera politica di Pennisi è comunque arrivata al capolinea. Ma dal punto di vista delle conseguenze penali lo scenario cambierebbe sensibilmente. Attualmente l’ex esponente del Pdl (si è dimesso dal gruppo consiliare azzurro subito dopo l’arresto) è accusato di concussione, e questo significa una pena che va dai quattro ai dodici anni. Se invece passasse la sua tesi, l’imputazione verrebbe derubricata in corruzione semplice: pena prevista, da sei mesi a tre anni. Un altro paio di maniche, insomma.
«È stato Mario Basso a cercare me, non io a cercare lui», ha spiegato in sostanza Pennisi al giudice Luerti. Su questo punto, d’altronde, è possibile che le cose siano andate effettivamente così, con il costruttore - esasperato dall’attesa per il via libera al suo progetto per l’area dismessa di via Broglio, alla Bovisa - cerca di bussare a ogni porta, compresa quella di Pennisi. Ma è su quel che accade successivamente che le due versioni divergono radicalmente. Secondo Pennisi è Basso a mettere sul tavolo l’offerta di una robusta tangente per oliare la pratica edilizia. Secondo Basso è invece Pennisi, sia personalmente sia attraverso la sua segretaria, a pretendere la mazzetta: una tranche prima di dare l’ok al progetto, la seconda tranche a cose fatte. Per ottenere il versamento della seconda rata, Basso sostiene che il consigliere comunale avrebbe fatto pressioni quasi ossessive, martellandolo di telefonate e spingendo alla fine l’imprenditore a denunciare tutto alla Procura della Repubblica.
Nel frattempo, si continua a scavare su conti correnti e computer alla ricerca di elementi precisi su altre tangenti che Pennisi potrebbe avere incamerato durante la sua presenza ai vertici della commissione urbanistica. Dal carcere, il protagonista dell’incresciosa vicenda ha fatto sapere che intende autosospendersi dalla carica di consigliere comunale (anche se i vertici di Palazzo Marino preferirebbero le dimissioni tout court). E ha chiesto di poter incontrare un prete.