Milano, un giorno nella "fabbrica di clandestini". Gli irregolari entrano in manette, escono liberi

Viaggio tra le aule del tribunale, dove il meccanismo assurdo della
Giustizia rilascia uno dopo l’altro gli extracomunitari senza permesso
di soggiorno. Un avvocato: «Quanti soldi pubblici buttati per niente»

Milano La fabbrica dei clandestini è al piano terra del Palazzo di giustizia di Milano. Tre aule, le gabbie colme di un’umanità giovane e malmessa, nugoli di interpreti e tre giudici che per tutta la mattina scarcerano chi era stato arrestato per non aver obbedito all’ordine di espulsione. È la legge, niente di strano, e infatti le udienze vanno avanti fra porte che sbattono, avvocati che afferrano la bandiera della difesa d’ufficio all’ultimo secondo, agenti col basco azzurro della polizia penitenziaria che entrano e escono in continuazione.
Il giudice Beatrice Secchi chiama Valentin. Dalle sbarre emerge un ragazzo albanese. Ha la faccia quadrata, indossa un giubbotto nero e dimostra tanta buona volontà: «Sono idraulico e lavoro». «In nero», lo corregge il magistrato. Lui scuote il faccione e riprende: «Nel 2002 ero in attesa del permesso di soggiorno nel vostro Paese, stavano per darmelo, questione di ore, e invece mi hanno espulso e in 40 minuti mi sono ritrovato in Albania; nel 2005 sono tornato e mi hanno controllato», ma non si capisce come sia andata a finire. Si capisce invece un’altra cosa: Valentin è pulito, incensurato, ma adesso si era sistemato a casa del fratello che è stato arrestato con altre 15 persone per traffico di cocaina. Lui non c’entrava, solo che è finito nella retata, senza documenti e con un’espulsione sulle spalle. L’hanno portato a San Vittore per permanenza clandestina. «Io lavoro» ripete al giudice «Sì, lei lavora in nero, perché clandestino», sintetizza il magistrato. Che poi stringe: convalida l’arresto e scarcera l’imputato, quindi fissa il processo per il 17 aprile. Ma verrà Valentin? «Quasi tutti tagliano la corda - spiega il giudice - per questo, quando li interroghiamo, ci facciamo consegnare la procura speciale con cui riusciamo a gestire il processo».
È un meccanismo davvero surreale. Il clandestino viene espulso; non se ne va o torna di nascosto nel nostro Paese e allora scatta, obbligatorio, l’arresto. Ma i processi, di media, sono catene di montaggio delle scarcerazioni: l’imputato esce, in attesa del verdetto, e tanti saluti. Oppure, se la sentenza arriva di volata, viene condannato, ad una pena di 6-8-10 mesi. E subito dopo rimesso in libertà. Come è normale quando la pena è inferiore ai due anni. Insomma, l’irregolare viene afferrato dalla legge e dalla legge riconsegnato alla sua vita invisibile. Con una postilla: se lo acciufferanno di nuovo, sempre senza documenti, non potranno più processarlo: non si può giudicare due volte una persona per lo stesso reato.
Valentin è libero e presto sarà libero anche il connazionale che sta al suo fianco dietro le sbarre. Ha i capelli raccolti in una coda di cavallo, indossa come tutti o quasi i clandestini scarpe da tennis e jeans. In più, strano, non spiccica una parola d’italiano. «Come mai - chiede perplesso il giudice - se lei era già in Italia nel ’98?». Mistero. O forse no. «Ma io vivo in Grecia - racconta lui attraverso la mediazione dell’interprete - e sono venuto qua in Italia solo per trascorrere il Capodanno con mio cugino. Abito a casa sua». Il magistrato scuote la testa: «Qua risulta che suo cugino non abbia fissa dimora». Un bel pasticcio. Viene scarcerato, perché incensurato, e viene fissata la data del processo: anche per lui il 17 aprile. «Si tenga in contatto con il suo avvocato», lo saluta scaramanticamente il giudice.
Nell’aula uno, intanto, Paolo Micara, il giudice di Wanna Marchi, sta interrogando un tunisino che mette in fila parole arabe e italiane: «Perché non se n’è andato dall’Italia?» «Non avevo i soldi, aspettavo che un parente me li spedisse dalla Francia», replica lui. Si era fatto dieci mesi per spaccio, piccolo cabotaggio, poi a Natale era stato espulso. Non si è mosso. Ora sulla bilancia potrebbe pesare quel precedente, ma Micara dopo averci pensato su opta per la linea morbida: via le manette e appuntamento per il dibattimento al 19 giugno. Cinque minuti dopo tocca ad un egiziano; il copione si ripete alla virgola: espulso, arrestato e scarcerato. Il processo arriverà a giugno. Un avvocato un po’ rude ma chiaro commenta: «Lo Stato butta così i soldi, pagando giudici, avvocati, interpreti e agenti per un lavoro che non serve a niente. Finisce tutto nel water e ad ogni sentenza si tira la catena».
Le gabbie delle direttissime sono un po’ l’equivalente, in terraferma, dei barconi dei disperati che arrivano a Lampedusa. A bordo, si trova di tutto. Ecco un senegalese dal nome impronunciabile e l’aria imbambolata, quasi un ghigno sul fondale della gabbia: gli hanno trovato 6 grammi di cocaina. L’avvocato Maria Grazia Bosco ci prova: «Signor giudice, noi compriamo il biglietto aereo e lei espelle il mio cliente che torna subito in Senegal. Oppure lei preferisce tenerlo in cella a carico dello Stato?». Il baratto è audace ma lecito: sotto il tetto dei 2 anni, il tribunale può scegliere una strada o l’altra. E il magistrato sposa la linea dura: il senegalese resterà a San Vittore per 8 mesi. Il tempo della pena patteggiata.
È il turno di un bulgaro e di un georgiano: niente violazioni della Bossi Fini, questa volta, ma tentato furto. Li hanno presi mentre armeggiavano all’ingresso di un condominio con cacciaviti, chiavi inglesi, brugole. «Io non stavo facendo niente», si difende il bulgaro. Il domicilio? «In albergo», risponde serafico. Quale? «Non me lo ricordo».
Il finale però non cambia: manca la certezza della colpevolezza, il giudice lo rimette fuori e lo rimanda, con calma, al dibattimento previsto fra qualche settimana: è la solita sfida impossibile alla clandestinità che presto ingoierà anche i protagonisti di questa storia.
Solo nell’aula due il giudice adotta il pugno di ferro. Sod, il tunisino che ha davanti, ha un precedente importante per spaccio. Antonella Lai abbassa la testa, un modo per segnalare che è entrata in camera di consiglio, poi, dopo qualche minuto di riflessione, la alza col verdetto: Sod resta in cella, ma il dibattimento è fissato a razzo per il 3 febbraio. È un’eccezione. Ora c’è un altro albanese: l’hanno pizzicato senza biglietto sull’autobus, la 73, hanno scoperto che era stato espulso, ma è rimasto in Italia: convalidano l’arresto, gli tolgono le manette, il processo viene stabilito per la primavera.
Difficile capire il senso di tutti quegli sforzi. Ma Micara non è così pessimista: «Noi facciamo le nostre valutazioni. Lo Stato manda un segnale, porta il clandestino davanti a un giudice, il magistrato ascolta la sue ragioni, considera i precedenti e tutto il resto. Può essere che l’irregolare torni libero, ma se ha dei precedenti sconterà la pena in cella».
Ala fine della giornata per direttissima, i detenuti che tornano in cella si contano sulle dita di una mano. E in testa alla lista c’è Christian, un milanese doc. Tatuaggio sul collo e piercing al naso. Già condannato per spaccio. «Ho fatto un periodo a San Vittore e poi al Sert», dice rivolgendosi al giudice. «Ma non le è servito molto», risponde Beatrice Secchi. Meglio che lui, almeno lui che non è clandestino, resti dentro in attesa della sentenza.