Ma Milano grazie al calcio ha riscoperto la sua piazza

di Luca Doninelli

Nei giorni dell'Europeo, dopo lo scoppio di Calciopoli 2, dopo le meste parole del nostro presidente del Consiglio circa la possibilità di sospendere il campionato per qualche anno, e soprattutto dopo le tante mestizie che hanno accompagnato un anno in cui il nostro Pil calerà del 2,4%, e altre decine di migliaia di posti di lavoro finiranno in fumo, bene: in questi giorni gli italiani sono di nuovo tornati nelle piazze per seguire le partite sui maxischermi e per festeggiare.
Se ne è parlato molto, e il modo in cui se ne è parlato, alla tv e sui giornali, è sintomo di un bisogno semplice, che accomuna tutti noi: quello di appartenere a qualcosa di bello e di buono. Il sacrificio che ci viene richiesto in sé non è sufficiente - nemmeno se fossimo sicuri della sua efficacia -: è necessario, è indispensabile farlo per qualcosa di bello.
La parola «piazza» ha dunque riempito i mezzi d'informazione, e questo mi è parso abbastanza curioso, perché di «piazza» in realtà si parla poco. La usano soprattutto i sindacalisti quando promettono che «la piazza» risponderà alle azioni del governo, o della Confindustria, o di Marchionne, e così via.
Resta l’impressione, però, che perlomeno nelle grandi città la «piazza» abbia perso l’importanza di un tempo. Piazza è infatti sinonimo di cittadinanza, di civitas. Nelle discussioni di piazza sono nate tante esperienze politiche e culturali fondamentali, prima fra tutte la democrazia. Piazza significa agone, contesa, lotta (pensiamo alle manifestazioni tradizionali, come il Palio di Siena), ma anche rispetto, ascolto, collaborazione.
E noi sappiamo ancora «usare» la piazza? A chi si lamentava dicendo che i filippini hanno ormai preso possesso di piazza Duomo a Milano (soprattutto la sera, dopo una certa ora), un amico rispondeva osservando che i filippini, a differenza di noi, sanno ancora a cosa serve, in una città, una piazza del Duomo. Per questo la usano. Del resto, sappiamo bene che l’esultanza per le vittorie italiane ha conosciuto anche momenti di violenza. Dopo la vittoria sulla Germania, in piazza Beccaria diversi idioti, imitati subito da molti altri idioti, per festeggiare hanno gettato in aria le loro bottiglie vuote di birra, facendole cadere sulla gente, che ha cominciato a scappare gridando.
In un collegamento Rai da Roma, dopo la stessa partita, mentre il commentatore, entusiasta, si profondeva in lodi per la bellissima festa, la telecamera impietosamente inquadrava una piazza del Popolo a dir poco devastata.
Chi compie questi gesti non pensa certo di trovarsi «insieme» ad altri, nemmeno mentre assiste a una partita su un maxischermo. Questa è gente perennemente sola: una barriera invisibile la separa violentemente dagli altri, anche in quei momenti che qualcuno, frettolosamente, definisce aggregativi.
La piazza per sua natura attenua le differenze, perché favorisce i rapporti. La piazza è fatta perché la gente, mescolandosi, si riconosca parte di un tutto che si chiama città, comunità, mondo. Ma nelle nostre città, pensiamo a Milano, dov’è finita la gente? Quando mai ci si mescola, se perfino sull'autobus chi sta davanti e chi sta dietro appartengono in modo visibile e non equivocabile a due gruppi umani diversi?
La solitudine di quegli idioti che confondono la festa con l’ubriacatura è la stessa, in fondo, di tanti di noi. È difficile per tutti arrampicarsi oltre il muro che separa la cerchia di chi è uguale a noi dalle altre cerchie. Ci riempiamo la bocca con la parola «diversità», ma cosa sia la diversità non tutti lo sanno.
Eppure, in questi giorni tanti di noi hanno fatto esperienza, sia pure in misura minimale, di questa diversità, quando un gol o il fischio finale dell’arbitro invitavano tutti all’abbraccio, e in tanti si sono ritrovati ad abbracciare persone di cui non diventerebbero mai amici, con cui non prenderebbero nemmeno un caffè al bar.