«Milano ha poca stima dei suoi tesori»

Mazzotta: «Basti pensare ai palazzi Liberty o alla Portinari»

Francesca Amé

Milano non sa cucinare. La metafora la prendiamo in prestito da Gabriele Mazzotta che ieri sera ha invitato «un po’ di amici» (parole sue) nella sede della Fondazione Antonio Mazzotta. Il menù della serata era chiaro: «Il futuro delle arti a Milano». Questi i convitati: l’assessore alla Cultura Stefano Zecchi, lo storico e critico d’arte Carlo Bertelli, già sovrintendente a Brera, Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, Fernando De Filippi, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Brera, Paolo Biscottini, direttore del museo Diocesano. E poi l’imprenditore e finanziere Francesco Micheli, presidente del Conservatorio «Giuseppe Verdi», la critica d’arte Claudia Gian Ferrari e l’architetto Bico Belgiojoso. A onor di cronaca: famelico era il pubblico, che ha riempito tutto lo spazio a disposizione. Ma torniamo alla «cucina». «Milano sul tavolo ha tutti i migliori ingredienti, ma fatica a cuocerli insieme - esordisce Mazzotta, anima della Fondazione che è una delle sedi espositive private più importanti in città -. Un’antica mancanza di stima non diffonde la conoscenza di alcuni dei nostri gioielli, come la cappella Portinari o i palazzi Liberty. Il patrimonio artistico di Milano è di gran lunga superiore a quello che credono i milanesi». Sergio Escobar insiste sull’unicità di Milano, «metropoli da leggere e interpretare»: il futuro delle arti sarà positivo «se si cercheranno dei modelli reali per la città, a destra come a sinistra». Non lesina una nota polemica: «Milano sta per essere colpita dalla stessa malattia di Roma e Torino: considerare la cultura solo come un evento». Applausi, e considerazioni varie: c’è chi auspica una «card» sul modello romano che permetta di girare sui mezzi pubblici ed entrare nei musei cittadini; chi, come Claudia Gian Ferrari, si dichiara frustrata nel constatare che certi progetti, come quello della Fabbrica del Vapore, siano stati abbandonati e chi, come Biscottini, confronta i numeri risicati dei suoi dipendenti con la media di quelli nei musei - anche più piccoli - degli Stati Uniti. De Filippi, che dirige l'Accademia di Brera da 14 anni, fa due proposte concrete: che Milano nomini dei «curator», responsabili degli spazi culturali della città, e che l’amministrazione sostenga i giovani. «In Italia si finanzia la “sovracultura” dei festival e delle rassegne, ma chi pensa ad aiutare gli artisti che creano veramente?», si chiede.

Per fortuna, ricorda qualcuno, Milano vanta il più alto numero di collezionisti privati (un esempio, la collezione Koelliker, ora in mostra a Palazzo Reale). L’iniziativa privata è lodata almeno quanto si lamenta la necessità di spazi per i giovani, ma duole constare che nessuno di questi ultimi era invitato al banchetto per dire la sua.
Non era il padrone di casa, ma ha proposto con orgoglio la sua ricetta l’assessore Zecchi: «Il futuro delle arti si declina al contemporaneo», ha detto. Ecco allora il nascente museo del Contemporaneo all’Arengario, la felice esperienza appena conclusa del Festival della poesia e, in futuro, la volontà di valorizzare fotografia ed editoria. Il tutto, all’insegna della relazione tra le istituzioni e coinvolgendo la cittadinanza. Mazzotta ha orchestrato il dibattito evitando le derive del politichese: serate come quelle di ieri dimostrano che, con lo chef giusto, Milano può sfornare piatti appetitosi.