Milano ha trovato il Sale per dare sapore alla rinascita

In pochi mesi la cura Armani ha spazzato via anni di delusioni

Un pallone bianco e rosso, griffato Armani, vola dal Forum di Assago, al ritmo della musica cubana, verso Bologna. Sasha Djordjevic, granduca di Serbia, che giura di aver spostato il cuor nel cervello, chirurgo esistenziale alla soglia dei 38 anni, del ritiro, ossessionato dal ghiaccio antidolorifico, butta verso la pianura i sacchetti di sabbia per far volare la navicella verso piazza Azzarita. Novello Montgolfier, si tiene in alto, visto che sotto sono code, spintoni. Ha una storia lunga da raccontare ai compagni, perché lui era in maglia Fortitudo nove anni fa quando la Milano di Tanjevic prese il titolo, dopo aver conquistato il campo nemico. Fu l’ultimo scudetto delle scarpette rosse che \poi si ruppero, che poi andarono per le sette chiese offrendo una storia, bei programmi, ma furono quasi sempre respinte fino al giorno in cui Galliani non ha fatto accendere la lampadina sul Giorgio Armani che in questa finale bolognese con Giorgio Seragnoli potrà cominciare a sfidarlo valutando l’abbronzatura che per questi personaggi sembra ossessionante desiderio di fuggire dalla luce diafana della vita senza fantasia.
Djordjevic era là e pensava di starci per sempre, perché già aveva sofferto abbandonando Milano dopo due belle stagioni fra il 1992 e il 1994, ma non era il faraone. Soffrì molto, mentre la Fortitudo, dopo quella sua seconda stagione, cominciava la serie straordinaria di finali, fra campionato ed Europa, vincendo però una sola volta in 8 assalti sul territorio nazionale. Lui, fior di pesco della fattoria Partizan come ricorderanno bene i tifosi Olimpia beffati in coppa ad Istanbul dalla coppia Sale-Sasha Danilovic, trovò gloria e titoli a Barcellona, Madrid, passando per Portland, la Nba che non gli lasciava allargare il campo come è avvenuto invece a Milano.
Aveva iniziato la stagione per Pesaro, sapeva di essere legato ad un filo perché fisicamente ha tanti debiti con una carriera gloriosa, ma tutto finì nel veleno, e lui non accettò di fare il pupazzo e il puparo e cercò un rifugio. Milano, che aveva qualche problema a sintetizzare il lavoro con molta carota e bastone, usato duramente nelle occasioni importanti di riflessione, come dice con giusto compiacimento Lino Lardo, pensò a lui scoprendo di aver fatto l’affare dell’anno. Djordjevic e il sale del pensiero nell’arena del basket, le armonie del gioco e le armonie di una squadra. Non veniva per togliere ad altri, ma soltanto per allargare lo spazio e la mente. Così è stato, così sarà oggi quando anche il popolo Fortitudo, dove finalmente rivedremo Willie the King e i suoi angeli che spingono la sedia dove il destino lo ha condannato, lo applaudirà prima di schierarsi contro.
Dove è stato, ha lasciato un marchio. Non è un santo, non è un difensore a cui affideresti il destino di una partita, ma ha il sesto senso del cacciatore di taiga che sa dove trovare le sue prede, anche se ora fa fatica a correre come gli altri. Lunedì nella festa organizzata a Bologna dal geniale Lefebre per premiare gli sport di squadra (dove si usa il pallone) un premio all’Armani è stato dato, ma tutti in coro si sono alzati per dire: «Questo è l’ultimo, caro Sasha» e lui ci ha riso sopra.