Milano incorona il «Dittatore» il più forte Contador di sempre

nostro inviato a Sestriere

Ammesso che fosse mai cominciato, il Giro si chiude con un giorno d'anticipo. Lo vince Contador, che praticamente firma soltanto il rogito notarile, perché il preliminare l'aveva già sottoscritto semplicemente iscrivendosi. Citarsi è una cosa brutta, ma mi cito per dimostrare come questo trionfo non abbia proprio niente di sorprendente: «Quando parte Contador - scrivevo nei giorni della vigilia - si corre per il secondo posto. Sabato Contador partirà, e gli altri correranno per il secondo posto. Non ci piove».
Era il 4 maggio, tre giorni prima del via. Così è andata, senza nemmeno un nanogrammo di recriminazione. Senza un solo attimo di suspense. Troppo gigantesca la differenza sugli altri. Troppo lineare il dominio. Una bottarella sulla rampa di Tropea, una botta sull'Etna, poi una gragnuola di mazzate senza pietà. Il più forte Contador di sempre, di un Contador che è forte sempre. Proprio qui, proprio al Giro: non è una mortificazione, è un onore grandissimo.
Certo siamo nel campo delle dittature noiose. Va detto. Però questo non è un buon motivo per schifarci. Quando in un campo di gara si aggira il fuoriclasse assoluto, la noia è inevitabile. La noia dei Marckx, ma anche la noia degli Schumacher e dei Valentini Rossi, quando Schumi era Schumi e Valentino faceva il Valentino. Contador vince il sesto grande giro consecutivo, ha vinto tutti gli ultimi sei che ha corso. Riconosciamolo onestamente: lo troviamo noioso soltanto perché non è italiano, questo campione Contador. Fosse italiano, sprecheremmo paginoni e superlativi. Altro che noia.
Adesso Contador si avvia all'ultima cronometro di Milano, che potrebbe tranquillamente vincere, prima di affrontare la settima sfida consecutiva, il prossimo Tour. I francesi sono indignatissimi, perché il Tas ha rinviato a dopo l'estate il processo definitivo per il caso doping dell'anno scorso. Strillano come aquile perché pretendevano che la questione fosse risolta prima del Tour. Ma il Tas ha i suoi tempi e i suoi modi. Anche i simpatici francesi faranno bene ad abbassare le arie. Il Tour, come il Giro, dovrà accogliere il favoritissimo con la sua ombra giudiziaria. Non è che noi siamo gli straccioni e loro i duchi dello sport pulito. Sicuramente s'inventeranno sublimi giri di parole per uscirne ancora una volta da maestrini, ma sarà dura. Se Contador ha potuto correre e vincere il Giro, perché attualmente risulta assolto in primo grado, Contador può correre e vincere il Tour. Se lo tengano e se lo spupazzino come ce lo siamo spupazzati noi. E non c'è altro da dire.
La chiusura anticipata del Giro è anche colpa di Nibali. Il Picciotto si fa sorprendere da Scarponi sull'ultima salita del Sestriere, restituendogli i preziosissimi secondi che gli aveva sfilato soltanto il giorno prima nel finale di Macugnaga. Morale: il duello a cronometro di oggi, dalla Fiera di Rho a piazza Duomo, è perfettamente inutile. Nibali potrà sfinirsi e rivoltare le tasche per recuperare, ma 56'' in 25 chilometri sono un'eternità. Niente da fare, il podio è fatto: primo Contador, secondo Scarponi, terzo Nibali.
È un podio onesto e sincero, perché esprime quello che tre settimane di tormenti hanno espresso. Non ci sono cadute, forature, dispetti e veleni a inquinarlo. In nessun modo. Nell'ultimo tappone, battaglia parecchio deludente tra poveri resti umani, si vede persino Nibali passare a Scarponi una borraccia, poco prima che quello lo lasci lì sul posto con lo scatto finale e gli porti via i secondi decisivi. A sigillare lealmente il risultato è lo stesso Nibali: «Mi sono preso una botta al polpaccio per una mega caduta nei primi chilometri. Ma non c'entra nulla. Sul Colle delle Finestre ho pagato qualcosa, la sfida è finita lì». E bravo Vincenzo. Così si fa. Così si perde. Che poi è una sconfitta tutta da ridere, perché finire terzo a Milano per il secondo anno consecutivo, con la vittoria nella Vuelta in mezzo, resta pur sempre una conferma: a 26 anni resta in assoluto il corridore futuro più completo e più affidabile dell'intero parco italiano, diciamo l'immediato dopo-Basso. Parere personale: soffrendo le pendenze e gli scatti secchi degli scalatori, sembra persino più portato per le salite del Tour. Non gli manca il tempo per chiarirsi le idee.
L'ultimo fotoclick, prima dell'happening milanese, è doverosamente riservato al bielorusso Kiryienka, capace di farsi 215 chilometri in fuga e vincere solitario sul Sestriere. Tagliando il traguardo, rivolge tutte le sue fatiche, tutte le sue gioie, tutte le sue migliori intenzioni al Cielo. Ha parecchia gente, lassù, da accontentare: il compagno di squadra Tondo, morto qualche giorno fa schiacciato dal cancello di un garage, e già da tanto tempo la mamma, il papà, il fratello, vittime del disastro di Cernobyl. A volte il Giro sa elargire anche piccole, struggenti, malinconiche consolazioni.