A Milano una moschea da 3mila metri quadrati

La richiesta al Comune di Milano è firmata da Asfa Mahamoud. Che è l’imam della casa della cultura islamica di via Padova, braccio destro di Mohamed Baha’ el-Din Ghrewati che fu coinvolto in un’inchiesta della magistratura sulla struttura di propaganda del movimento estremista dei Fratelli Musulmani legato all’Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii).
Dettaglio che poco importa ai funzionari della direzione centrale pianificazione urbana di Palazzo Marino: «I documenti presentati dal signor Asfa Mahamoud sono quelli richiesti ovvero gli elaborati del progetto, le fotografie dell’immobile in oggetto e la relazione tecnica». Documentazione che accompagna la richiesta di poter creare al civico 366 di via Padova «un nuovo complesso adibito a centro di manifestazioni culturali e luogo di preghiera». Sì, avete letto bene: al civico 366 di via Padova si vuole innalzare una moschea da qualcosa come tremilacento metri quadrati. Moschea su un’area ex Aem, che oggi appartiene a Maher Mohamed Kabakebbji ossia al presidente della fondazione del Waqf al Islami (Beni islamici) dell’Ucoii.
Ma entriamo dentro quella che, secondo dati dell’Ucoii, sarebbe la quattordicesima moschea di proprietà del Waqf al Islami e la prima lombarda per ampiezza. L’ingresso sia pedonale che carraio è su via Padova, dove s’affaccia l’immobile costituito da piano seminterrato, piano rialzato, primo piano e parzialmente da un secondo piano: fabbricato che viene «demolito in parte e ampliato con la creazione di un nuovo piano e la realizzazione di un nuovo edificio». Risultato? Una superficie di 3.091,26 metri quadrati, dove nel «nuovo edificio verrà realizzato il fulcro del complesso, ovvero il “centro per le manifestazioni culturali e luogo di preghiera”». Moschea nel rispetto dei «rapporti aeroilluminanti», delle «barriere architettoniche», del «contenimento del consumo energetico» e, naturalmente, «impianto elettrico conforme alle nome Cei».
Certezze contenute nella «relazione tecnico-descrittiva» firmata dallo studio tecnico dell’ingegner Pietro Superina e dai suoi collaboratori, gli architetti Assaliky Akram, Barbara Peresano, Khaled Al Omari e Asfa Mahamoud. Relazione con tanto di «esame di impatto paesistico» dove si segnala che «l’ampliamento si inserisce bene nel contesto» e che «il progetto ha cercato di creare armonia tra le forme geometriche dei vari blocchi e di articolare equamente i volumi, riducendo l’impatto visivo».
Poi, in quattro righe affogate tra le note spunta un particolare di non poco conto: «Il nuovo complesso è situato nelle vicinanze della stazione mm Cascina Gobba e della Tangenziale est». Punto cardinale che farà del civico 366 di via Padova un luogo di culto non solo milanese ma pure per l’hinterland e le altre Province lombarde; «vista la collocazione isolata dell’edificio, anche in caso di manifestazioni che prevedano il raduno di persone non si corre il rischio di creare intralci». Sempre che il Comune dica sì alla nuova moschea.