«Milano non diventerà la Stalingrado d’Italia»

RomaSilvio Berlusconi si mette in pari. E dopo i quattro giorni di assoluto silenzio che hanno seguito il voto di domenica e lunedì lancia una vera e propria offensiva mediatica. Sei interviste televisive (Tg1, Tg2, Tg4, Tg5, Studio Aperto e Gr1) per smentire chi aveva pronosticato che non avrebbe più messo la faccia su una tornata elettorale che rischia di portarsi dietro una sconfitta comunque epocale come quella di Milano. Sei interviste che fanno insorgere le opposizioni con Pier Luigi Bersani che parla di «diluvio mediatico» ed evoca la Bielorussia.
Studiati i flussi elettorali del primo turno e tirate le somme, dunque, il Cavaliere sceglie di non fare alcun passo indietro sulla campagna elettorale. Con un’unica virata che sta nei toni e negli argomenti trattati. Nemmeno una parola, infatti, sulla magistratura o sulle inchieste della procura di Milano e quando accenna alla necessità di andare avanti con la riforma della giustizia lo fa mettendo comunque al primo posto quella fiscale. Una strategia di comunicazione decisamente più mirata, con Milano e Napoli al primo punto dell’agenda e solo qualche accenno alla politica nazionale per dire che no, il risultato elettorale non influirà sulla tenuta del governo.
Dopo aver tergiversato qualche giorno, dunque, Berlusconi torna in campo. La prima apparizione è sullo schermo di Studio Aperto: «Non consegneremo Milano agli estremisti». Seppure declinato in modo diverso, sarà questo il messaggio su cui più punterà il premier, deciso a rincuorare l’elettorato di centrodestra deluso dalla sconfitta al primo turno e a convincere quei moderati che hanno scelto, per ragioni diverse, di non sostenere Letizia Moratti. «Il dato di Milano - spiega - ci dice che i milanesi non hanno premiato il Pd o il cosiddetto Terzo polo. Il dato vero è che il Pdl è il primo partito e che l’alleanza con la Lega si conferma come l’unica in grado di assicurare un governo stabile e credibile. Non c’è nessuna possibilità di avere una maggioranza alternativa alla nostra». Nelle sue sei interviste il Cavaliere non nomina neanche una volta Giuliano Pisapia. Ma punta soprattutto sui partiti che lo sostengono. I milanesi, spiega, sono infatti «turbati dalla visione delle bandiere rosse con la falce e il martello dei centri sociali». Ed è per questo, è la sua convinzione, che «non daranno la città in mano alla sinistra estrema, integralista e violenta». Il messaggio è molto simile a quello lanciato da Umberto Bossi ed è quello che va a colpire la pancia dell’elettorato di centrodestra del capoluogo lombardo. Anche se con toni decisamente più morbidi del Senatùr. Se dovesse vincere Pisapia, spiega il Cavaliere, Milano «diventerebbe islamica, una zingaropoli piena di campi rom». È per questo che «c’è la possibilità di una vittoria», per questo «Milano non diventerà la Stalingrado d’Italia». Anche se, ammette per la prima volta pubblicamente, il risultato del primo turno è stato decisamente «inaspettato».
Ed è l’unica concessione che fa nell’analisi del voto. «Se osserviamo con attenzione i risultati - dice al Tg5 - l’opposizione non ha nessun motivo per esultare, anzi ne ha molti per piangere: il Pd ha perso voti ovunque, l’Udc dove si è schierata con la sinistra ha dimezzato i voti e hanno guadagnato solo gli estremisti, da Vendola a Grillo». Poi «il risultato di Milano ha condizionato negativamente commenti e analisi» dei giorni seguenti.
Berlusconi affronta anche il capitolo Napoli. E lancia un assist a Gianni Lettieri: «Risolverà il problema dell’immondizia. E non in una settimana o in un mese. Subito». Il candidato dell’Italia dei valori Luigi De Magistris, invece, «è una semplice copertura del vecchio sistema di potere e di clientele che ha governato la città per 18 anni». Di più: è «uno dei tanti magistrati giustizialisti entrati in politica con la sinistra». Sarà questo l’unico passaggio sui pm di tutta la giornata.
Il Cavaliere, dunque, cerca di galvanizzare il suo elettorato convinto che «si può ancora vincere». Soprattutto a Milano. Perché, dice, «spiegheremo a tutti, soprattutto ai moderati, che alla vigilia dell’Expo non si può consegnare la città che tra due anni sarà una vetrina mondiale alle sinistre più radicali e più volente». Ed è proprio sui moderati che punta Berlusconi. Convinto che molti di loro - magari delusi dalla giunta Moratti, stanchi delle beghe interne al Pdl o condizionati dalle ultime inchieste sul Cavaliere - abbiano voluto lanciare un messaggio al centrodestra. Un bacino di voti che potrebbe tornare a sostenere la Moratti davanti al rischio concreto che il centrosinistra sbanchi davvero a Milano. Con il pericolo, nonostante le rassicurazioni del premier, di contraccolpi a livello nazionale.