«Milano non è quella che insulta gli eroi»

La Moratti: «È la prova che dobbiamo lavorare per un Paese più unito»

Giannino della Frattina

Una stretta di mano, una lunga chiacchierata e poi una promessa. «Abbiamo ancora parecchio da raccontarci e io, purtroppo, ho moltissimi impegni istituzionali che non mi permetteranno di tornare a breve. Vorrà dire che ci rivedremo dopo il 28 maggio, da semplice cittadino». Una promessa e un augurio. «Verrò a casa di Paolo Brichetto Arnaboldi, partigiano e padre del nuovo sindaco di Milano. Per la prima volta una donna». Una visita inaspettata quella del sindaco Gabriele Albertini ieri pomeriggio a Letizia Moratti e al papà, bersagliati dagli insulti e cacciati dalla manifestazione del 25 aprile. Una lunga conversazione, interrotta solo dalla telefonata del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
«Sono venuto - spiega Albertini al termine - per manifestare personalmente e a nome di tutti i milanesi, affetto e solidarietà. L’impegno senza compromessi per i valori della libertà, una medaglia di bronzo e una d’argento al valor militare, la deportazione, la reclusione nell’inferno di Dachau, una vita su di una sedia a rotelle: non sono bastati questi titoli e queste testimonianze di vita per fermare i facinorosi di sinistra». Considerazioni amare appena mitigate da una considerazione. «Milano - aggiunge il sindaco - non è quella che ha impedito al candidato sindaco Moratti e suo padre di sfilare. Paolo Brichetto Arnaboldi è un esempio per tutti noi, un esempio di impegno civile, di coraggio e determinazione. Il voler sfilare per la prima volta dopo sessant’anni dalla sua liberazione, voleva essere per questo milanese un segno forte, un richiamo all’unità nazionale in un momento difficile per le istituzioni. È stata la testimonianza di chi ha sacrificato molto e dato alla democrazia anche la sua stessa libertà e incolumità personale».
Parole particolarmente gradite alla Moratti. Già tornata alla sua campagna elettorale con il volantinaggio di ieri mattina al mercato di via Rancati. Zona viale Monza, quartieri popolari. Eppure la gente che la ferma sembra quasi sentirsi in colpa. Una signora si avvicina, «non lasci Milano in mano a questa gente». C’è anche chi è di sinistra, ma non le vuol far mancare un gesto di solidarietà. «Io sono di quella parte, ma mi scuso per gli insulti e per i fischi».
«Non ho mai avuto paura - ripete lei decisa come sempre - ero solo preoccupata per papà e per la mamma che soffre di claustrofobia. Ma lui mi diceva di non preoccuparmi, che non sentiva niente. Che era stato in campo di concentramento e dunque era abituato a ben altro. Anche la mamma è stata coraggiosa. Poi sono stata con loro tutto il pomeriggio. Mi auguro solo che quanto accaduto serva a tutti noi per capire che dobbiamo lavorare per un Paese unito, dove i valori della libertà e il rispetto delle idee, anche diverse, prevalga sull’intolleranza». Un augurio che è quasi una certezza. «Ho ricevuto tantissimi messaggi - racconta -. Sms, telefonate e lettere e ho sentito Milano e il Paese che mi è stato vicino in questo momento. Ho sentito tanto affetto e il calore di una città che si è sempre schierata contro le intolleranze, capace nei momenti difficili di essere unita e di isolare chi non ha il senso della comprensione per le idee degli altri. Questa è una città straordinaria e per questa città sono fiera e orgogliosa di avere deciso di impegnarmi».
Un messaggio le arriva da Luigi, partigiano della 3° Brigata Sap di Giustizia e Libertà operante a Torino. «Non so quali parole posso usare per esprimere tutta la mia solidarietà - dice -. Ho 83 anni, a 19 mi iscrissi al Pci clandestino e fino a oggi ho sempre votato il Pci. Quindi come ideologie le più lontane dalle sue idee, ma questo non mi impedisce di esternarle la mia solidarietà e la mia comprensione. Le sono vicino in questo antipatico momento e voglio mandare un abbraccio al suo eroico papà».