«Milano è la nostra New York»

Ignazio La Russa, classe 1947, milanese d’adozione e siciliano d’origine, avvocato, ministro della Difesa in carica. La Russa ama Milano, la difende e ha sempre fatto il possibile per migliorarla.
Ministro, una critica che viene fatta a Milano è che ha investito poco su se stessa, soprattutto da un punto di vista urbanistico... Pensa che Milano possa diventare più bella?
«C’è questo luogo comune che Milano sia diventata più brutta. Milano è bellissima. Per me, che sono nato in Sicilia e sono innamorato della mia regione, non cambierei Milano con nessuna città al mondo. E sentire parlar male di Milano lo trovo spocchioso, da radical-chic. Milano è anche una città d’arte. Solo che noi milanesi ci dimentichiamo di questo aspetto presi come siamo dal frenetico “way of life” alla milanese, appunto. Io mi sono sempre vantato di non occuparmi di urbanistica, in quanto in passato è sempre stata al centro di vicende non chiarissime, per usare un eufemismo. Ma se devo dire la mia, trasferirei fuori tutta una serie di storici edifici pubblici, dal carcere al tribunale. E al loro posto metterei del verde, non case».
E per la cultura, un rinnovamento può partire da Milano?
«Ma tutte le grandi novità partono da Milano, positive o negative. Forse qualcosa è partito anche dalla Sicilia. Ma Milano stravince. Se torniamo indietro nella storia vediamo che da qui è iniziato tutto: anche l’anelito ad un’Italia unita; la Scapigliatura, lo stesso Futurismo, il fascismo, l’anti-fascismo, Mani Pulite, l’anti-Mani Pulite, la Seconda Repubblica con Berlusconi... Milano è sempre la locomotiva d’Italia, anche se ora con una locomotiva che sbuffa, in quanto l’Italia è diventata più pesante da trainare».
Ci sarà qualcosa che non va?
«L’unica piccola critica che posso fare a Milano è che c’è stata un’involuzione: la “Milan col coeur in man” si è un po’ chiusa, ha fatto prevalere in certe occasioni un po’ più di egoismo, tradendo la propria natura. Milano, invece, è traino e quindi apertura per definizione. In realtà, è molto moderna, è l’unica città che assomiglia davvero a New York. Io da ragazzo leggevo un libro di Brancati che diceva che i siciliani diventavano parrucchieri a New York, camerieri a Londra, baristi in Francia e milanesi a Milano».
E l’Expo?
«L’Expo è importantissimo ma è sbagliato considerarlo solo un appuntamento milanese: di fatto è un appuntamento nazionale. E d’altronde il fatto che sia a Milano non è un caso, perché Milano è sempre stata la città che ha fatto da traino a tutto il territorio nazionale».
Si parla di una buona politica affidata alle competenze più che alle appartenenze...
«Le competenze ci vogliono ma la politica non deve essere tecnica. La politica deve essere capacità di scelta. Ci vuole, cioè, la capacità decisionale per mettere in pratica i progetti, secondo criteri che nascono e che hanno la loro fonte anche nel pensiero, nella cultura e nel modo in cui si interpretano le cose. Guai a una metropoli come la nostra - e a un’Italia - guidata solo dai tecnocrati. E questo lo dico io che non mi considero solo un politico di professione, anche se, da quando sono ministro, non faccio più l’avvocato, benché il mio studio continui ad operare».
A Milano quando non lavora cosa fa?
«Lei intende quei 20 minuti in cui non lavoro? In realtà a Milano ci sono poco: sono quasi sempre a Roma. Quando ci sono, però, cerco di stare coi miei figli, poi mi occupo un po’ di politica milanese... La domenica pomeriggio, invece, tutti lo sanno nel mio staff, i programmi si fanno con il calendario delle partite dell’Inter davanti. Se l’Inter gioca in casa, vado a San Siro. Altrimenti, dovunque mi trovo, guardo la partita in tv».