Milano onora i caduti in Irak «Siamo orgogliosi di loro»

La commozione dei familiari e del sindaco. Penati: «Il Comune ha fatto un bel gesto»

Gianandrea Zagato

Gli occhiali da sole non nascondono gli occhi pieni di lacrime del generale Alberto Ficuciello e della moglie Alberta. Si stringono e piangono il loro Massimo e lo fanno insieme a Graziella Quattrocchi, a Maurizio Agliana, alla vedova e al figlio del maresciallo dei carabinieri Alfio Ragazzi ma anche a Antonella Tornar, la mamma del capitano dell’esercito Nicola Ciardelli morto nell’attentato di Nassirya lo scorso 27 aprile.
Uniti con la Milano che, a due passi dal cavalcavia Kennedy, nei giardini in via De Gasperi, ricorda le vittime militari e civili dell’impegno italiano all’estero per la pace e la democrazia. Luogo contrassegnato da un cippo di marmo, «gesto doveroso» che si completa pure con una via intitolata a Fabrizio Quattrocchi, «medaglia d’oro al valore civile, vittima del terrorismo». Connazionali «tutti colpiti mentre stavano cooperando all’importante compito di far partecipare alla vita civile Paesi che, martoriati dalle guerre o oppressi da dittature, sono finora mancati a un disegno di civiltà» dice Gabriele Albertini, intimamente commosso per una cerimonia che, in queste ore, si è caricata di altri lutti.
Sofferenza alla sofferenza, una nuova pagina di dolore per il sindaco appena rientrato da un viaggio a Kabul, dove era stato proprio con gli alpini: «Con loro ho scambiato strette di mano, pacche sulle spalle e momenti di allegria. Tra qualche giorno, Milano, inaugurerà una mostra sul comando italiano della missione Isaf: al posto d’onore ci sarà un manifesto elettorale che riprende tre militari intenti ad osservare una mano che mette una scheda in un’urna. Due di quei tre militari sono dell’esercito e della polizia afghana, l’altro è un alpino italiano. Tra i reparti di 36 nazioni hanno voluto attribuire questo ruolo a quello che hanno considerato il più umano, il più vicino a loro, forse anche perché l’Afghanistan è terra di montagne. Quell’alpino era uno dei nostri due caduti» ricorda Albertini. Apunti completati da quel «silenzio» suonato mentre Enrico Ragazzi di nove anni, figlio del maresciallo Alfio, toglie quel drappo che cela il cippo. Gesto che, dopo qualche minuto, compie la sorella di Fabrizio Quattrocchi, inaugurando la targa in ricordo dell’italiano ucciso dai terroristi iracheni: «Ci segnalerà per sempre l’orgoglio patriottico e il coraggio di questo nostro connazionale che in punto di morte ha pronunciato parole di grande dignità» commenta il vicesindaco Riccardo De Corato. «Bene ha fatto l’amministrazione comunale» aggiunge il presidente della Provincia «a testimoniare in questo modo i sentimenti di Milano nei confronti di tutti i caduti nell’espletamento del loro dovere. E bene ha fatto Carlo Azeglio Ciampi a conferire alla memoria di Quattrocchi la medaglia d’oro al valor civile. Il modo barbaro e vigliacco col quale è stato ucciso shocca ancora tutti noi».
E nella nota di Filippo Penati c’è già una risposta a chi, come Rifondazione comunista, tenta di infangare quest’ultimo riconoscimento: «Quattrocchi non era un soldato, era là per motivi diversi da quelli dell’esercito. Non pensiamo possa quindi rappresentare un simbolo dello spirito di pace del popolo italiano». Virgolettati a cui Salvatore Agliana replica seccamente, «a volte bisognerebbe imparare a parlare meno di getto». Risposta per nome e per conto di «un ragazzo stupendo, solare e speciale» come la sorella definisce Fabrizio Quattrocchi. E mentre i parenti degli «eroi» ringraziano i milanesi, il generale Ficuciello definisce «non cittadini ma animali che impropriamente vestono da uomini, quelli che inneggiano ad altre stragi».