Milano ore 5,30: parte la marcia dei derelitti

Come molte città d’Europa, ogni mattina Milano si sveglia due volte. Per assistere al primo risveglio, il più drammatico, dovete alzarvi presto, alle cinque e mezza, massimo alle sei, se possibile meglio prima. Andate in Centrale, e senza soffermarvi su ciò che vedete intorno a voi salite sul primo pullman diretto all’aeroporto di Orio al Serio. Il pullman, nell’uscire dalla città, ferma vicino alla stazione metropolitana di Cascina Gobba, ancora chiusa - il servizio comincerà solo tra mezz’ora.
Una folla enorme stipa la piazza antistante la stazione, rendendo difficile la manovra del pullman. Sono i derelitti, immigrati clandestini che in città non hanno lavoro né posto dove dormire, non dico letto ma portico, panchina, angolo di marciapiede. Dormono fuori città, dove capita, dentro capannoni abbandonati, vicino ai centri commerciali, ai discount, alle stockhouse, ai McDonald’s dell’hinterland, notturni anche in pieno giorno, come rivisitazioni aggiornate di certe immagini di Hopper.
Ma alle prime luci dell’alba bisogna alzarsi, sgomberare, e al trotto anche!, fuori dai comodi cartoni, dai confortevoli giornali. Bisogna raggiungere la città in tempo utile affinché la prima corsa della linea 1, o del tram numero 15 non restino senza le loro armoniche a bocca, i loro violini romani, le loro chitarre tzigane. Bisogna andare, essere pronti per il secondo risveglio, quello nel quale Milano stessa dice: sono sveglia.
È il risveglio delle case, delle caffettiere, dei forni a microonde, quello del traffico che sorge dai lati della strada, dalle bocche dei box, dalle vie d’accesso, via Imbonati, via Rombon, viale Forlanini, via Ripamonti, via Palmanova. È il risveglio delle linee tramviarie e di quelle automobilistiche, di quelle filoviarie e di quelle metropolitane. È l’apertura delle porte degli uffici, quando i marciapiedi si popolano di ragazzi svogliati, di bambini allegri ma distratti, quando i negozi di frutta e verdura aprono, primi fra tutti, e il furgoncino staziona lì davanti, e due ragazzi di nome Samir e Ahmed corrono dal furgone al negozio reggendo cassette e scatoloni. Gli operai nei cantieri arrivano alla spicciolata, chiacchierando, e hanno la faccia che sa di caffè appena bevuto e di voglia di sigaretta.
Per quell’ora un intero popolo dev’essere già pronto, vestito e possibilmente lavato e sbarbato da molto tempo. Di norma non hanno l’automobile, e la città non prevede servizi per loro, perché loro non esistono, sono i più clandestini tra i clandestini, l’anagrafe non li prevede, perché mai dovrebbe l’Azienda Trasporti Municipali? Eppure, se vi alzate alle cinque e mezza del mattino, meglio prima, potete vedere i primi mezzi pubblici già pieni di gente sfilare tutti illuminati nel buio, e quando le porte si aprono ne fuoriesce un flusso di parole e voci che fa venire in mente il profumo dei suq mediorientali. Accenti, successioni fonetiche, ritmi diversi - dalla strettezza filippina alla liquidità araba, dalla rotondità indiana (come di biglia di gomma) alla sonnolenza vagamente ebbra dello slavo e del russo - si mescolano in un insieme che non ha talmente nulla di italiano da farci capire, da solo, che l’Italia ancora dorme.
In tutto questo, di per sé, non c’è degrado. Sono uomini e donne, qualcuno con mazzi di fiori, altri con grandi sacchetti pieni di aglio cipolle basilico, che conversano, assonnati, sopra un filobus. Cercano di vivere la loro vita, e un uomo che cerca di vivere la sua vita non comunica alcuna idea di degrado. Ma è evidente lo stesso che qualcosa non va. Questa gente costituisce pur sempre un imprevisto, un sassolino nell’ingranaggio del nostro mondo. Non parlo degli immigrati (che non sono affatto un’entità), ma di questi immigrati. La città non li prevede, quindi non fa qualcosa per loro se non talora in termini di pubblica assistenza, di supplenza temporanea. Questa gente costituisce un problema temporaneo, e tutto ciò che li riguarda, da parte nostra, si riduce a una misura pro tempore - loro, che fuggono dall’inferno per poter coltivare, come tutti, un sogno di eternità, quella piccola eternità che si chiama casa, lavoro, ossia la possibilità di poter voler bene - ma in pace - ai propri cari, e provvedere a loro.
Se non esistono mezzi pubblici dedicati, non esistono nemmeno spazi per vivere dedicati. È frequentando i loro spazi che sperimentiamo l’orrore del degrado - ma di un degrado che era già cominciato, chissà quanto tempo prima, dentro di noi. Andate in periferia, a nord, ad esempio in via Triboniano e dintorni, e in tanti altri luoghi simili, e vi accorgerete che il degrado non riguarda, innanzitutto, la dignità di chi vive in quei luoghi, ma un pensiero, o un non-pensiero, un’ombra di pensiero, la sua sagoma nera, che si allarga in noi - noi, che viviamo nella Milano decorosa dei box e dei giardini pubblici, e abbiamo doppi servizi in casa e scriviamo romanzi, e sistemiamo il Suzuki Burgman dentro il box, e i giornali ospitano i nostri interventi sullo stato della cultura, sul futuro della città, sul bene comune. Proprio perché il degrado è un nostro pensiero, un mio pensiero, ho cercato di individuarlo nel suo stato iniziale, nel suo tratto ancora quasi invisibile eppure già presente, là dove quasi nessuno direbbe che ci sia del degrado.
È sempre importante capire dove trovare lo specchio giusto, quello capace di riflettere l’immagine esatta di noi e del nostro mondo. Giacomo Leopardi lo trovò nella ginestra, il fiore che cresce sulla lava che seppellì uomini, città e progetti insieme con la prosopopea di chi si crede eterno. «Qui mira e qui ti specchia,/ secol superbo e sciocco,/ che il calle insino allora/ dal risorto Pensier segnato innanti/ abbandonasti, e volti indietro i passi,/ del ritornar ti vanti,/ e proceder il chiami».