Milano, Penati ora fa il duro: «I rom devono sparire tutti»

da Milano

«Ripartire i rom sul territorio metropolitano? Altro che ripartirli, sono i rom che devono ripartire. E subito». Il numero giusto dei campi nomadi a Milano e nell’hinterland? «Pari a zero». Frasi di un sindaco leghista in preda a un attacco di celodurismo post-elettorale? Nemmeno per sogno. È il nuovo programma politico a amministrativo di Filippo Penati, il presidente della Provincia di Milano. Di centrodestra? No. Diessino, ex primo cittadino di Sesto San Giovanni, quella che un tempo fu la Stalingrado d’Italia, una vita nel Pci e poi in tutte le trasformazioni che hanno portato al Partito democratico.
«Il numero dei rom a Milano - l’inizio del ragionamento - è arrivato ormai a 23mila. Stime fatte più per difetto che per eccesso». Una «cifra insostenibile». Gli sgomberi? Troppo poco. Ci vuole ben altro per impedire che chi viene fatto sloggiare da un posto non faccia altro che spostarsi. «Sono necessari i rimpatri - la nuova filosofia della tolleranza zero griffata Penati -. Si facciano accordi con i Paesi d’origine e il governo romeno per impedire che partano. E poi espulsioni. Nell’area metropolitana non ci deve essere più nemmeno un campo rom». Ovviamente eccetto quelli regolari, si sarebbe portati a pensare ricordando la politica del sindaco Letizia Moratti che ne ha allestiti ben undici. E invece ecco addirittura lo scavalcamento a destra. Con Penati che diventa più leghista dei leghisti che in Comune, seppur a malincuore, hanno dovuto mandar giù gli 11 milioni di euro impiegati solo nell’ultimo anno per allestire i nuovi insediamenti. «No. L’obiettivo è nemmeno quelli regolari. Zero. Inutile discutere. Mentre se ne parla, i 23mila rom sono già diventati 30mila. E poi 40mila. Ci sono norme internazionali che garantiscono il nomadismo. Rispettiamole. Ma questi sono stanziali, le bidonville sono un’altra cosa. Una vergogna per un Paese civile. Dev’essere chiaro che i rom non possono stare accampati sotto casa mia e minacciare me e la mia famiglia. La permanenza dev’essere limitata. Poi chi vuole restare si trovi un lavoro e un alloggio regolare». Roba da far impallidire anche il sindaco di Cittadella. Ma Penati non si scompone. E trova una giustificazione anche ideologica alle sue parole. «Io sono un uomo di sinistra. E la sinistra ha il compito di difendere i più deboli e i più poveri. Tra chi compie un reato e chi lo subisce io non ho dubbi e sto con chi lo subisce». Il problema sarà far digerire la nuova linea alla sinistra. «È un irresponsabile», hanno già tuonato ieri a Milano. Ma lui sembra non preoccuparsi. Come non lo preoccupa dare un giudizio durissimo sul governo Prodi reo di aver rimandato per ben due anni la nomina del prefetto di Milano a commissario straordinario per l’emergenza rom. Come ha invece fatto, in un solo giorno, Roberto Maroni, il nuovo ministro leghista dell’Interno. «Perché non lo hanno nominato prima? Bisogna chiederlo a Prodi. Io - assicura Penati - quel provvedimento l’ho firmato allora all’interno del Patto per la sicurezza. E oggi non ho cambiato idea. Mi rammarico del fatto - la frecciata al curaro verso il tandem Prodi-Amato - che si sia perso molto tempo». Da recuperare con le nuove proposte. Come quella che potrebbe prevedere di «togliere la patria potestà ai genitori che spingono i figli a delinquere». O la possibilità di far «scontare a loro le pene che non possono essere comminate ai minori». «Bene - commenta l’onorevole leghista Matteo Salvini -. Meglio tardi che mai. Si vede che la scoppola alle elezioni ha fatto bene alla sinistra. Adesso però il presidente Penati cominci con il far uscire i rom dalle case che la Provincia di Milano ha comperato apposta per poterli ospitare». Forse erano altri tempi.