Milano è piena di eventi. Ma non di progetti

La capitale morale è la culla dell’editoria, la vetrina della moda. Eppure la sua immagine si è appannata

Può sembrare un paradosso, ma è curioso che la città italiana per tradizione più concreta e attenta al denaro, la Milano del fare e dei danée, sia quella che ultimamente ha più trascurato il «fattore C», inteso come «fattore Cultura», parola spesso dimenticata dalla Politica e irrisa dall’Economia e che rappresenta invece un «capitale» umano e materiale imprescindibile per investire in creatività e per spingere lo sviluppo del Paese. Un capitale umano nel senso di valorizzazione della figura dell’intellettuale: non apologeta del buon senso comune o «utile idiota», ruolo a cui negli ultimi tempi lo hanno ridotto la politica, la società e la tv, ma uno spirito dotato di idee nuove e interesse per le questioni pubbliche - qualcuno ha chiamato a raccolta scrittori e artisti per l’Expo? -. E un capitale materiale nel senso che investendo in musei, cinema, teatri, editoria, università, si produce reddito, posti di lavoro, innovazione, benessere sociale. È noto, seppure la cosa non sembri interessare gli amministratori, che l’arretratezza economica di un Paese è proporzionale alla sua propensione alla lettura, ad esempio. O al numero di biglietti staccati nei musei. O al livello di insegnamento e di ricerca delle università. Può apparire bizzarro, ma Pil è più che altro una questione culturale.
Può apparire bizzarro, ma Milano - che pure è la capitale italiana dell’editoria - non ha né un festival della Letteratura né un museo del Libro. E non ha neppure un museo tra i primi cento più visitati del mondo. O un ateneo fra i primi cinquecento più prestigiosi. Da anni si discute del Museo di arte contemporanea, o del Museo della Moda, o della Biblioteca europea. Si discute, appunto.

Non vogliamo dare prova di quello che ultimamente è uno degli esercizi più in voga in città: parlar male di Milano. È legittimo, però, chiedersi che fine abbia fatto da noi la cultura. Il Financial Times, la scorsa settimana, ha dato una sua risposta «Europe’s Cinderella», «Cenerentola d’Europa»: così il quotidiano inglese ha definito Milano, sottolineando impietosamente - a fronte del primato nel campo del design e della moda - il senso di incompiutezza urbanistica, estetica e funzionale della città, la disattenzione per la qualità della vita, la rinuncia ai grandi progetti e alle grandi ambizioni che una metropoli moderna deve avere. Come Barcellona, o Lisbona, o Berlino. O Roma.

Milano è fatta così. Da una parte la punta dell’iceberg, ossia le eccellenze: la moda, che da Milano detta gusti e modelli nel mondo; e il design, che ha nel Salone del Mobile appena chiuso il punto focale delle linee di tendenza seguite da Los Angeles a Hong Kong; piuttosto che lo «spettacolo» sempre impeccabile portato in scena alla Scala, al Piccolo o alla Triennale. Dall’altra parte la massa sommersa, che come è noto costituisce i 6/7 dell’iceberg, ossia le disfunzioni: i progetti abortiti o realizzati a metà, l’individualismo, l’ossessione per «l’evento» invece che la cura del «progetto», l’opera spot (ieri Caravaggio, oggi il David di Donatello), la cultura del mordi-e-fuggi, le mostre supermercato (cioè quelle affittate o comprate, invece che pensate e create), le mille iniziative artistiche, musicali, teatrali senza una «regia», la stanchezza dell’iniziativa pubblica e la scarsità di quella privata, la litigiosità e la divisione di quelli che una volta erano i «poteri forti», economici e finanziari, da Mediobanca all’Ente Fiera; e soprattutto la scomposta corsa all’Expo, dove tutti vogliono guadagnarci qualcosa - poltrone o denaro - e dove a perderci è solo la città.

Sia chiaro. Non mancano le singole iniziative culturali, che sono tante: MiTo, Officina Italia, la Milanesiana, l’attività di Palazzo Reale e della Bovisa, il Festival delle arti performative, la nuova attività della Pinacoteca di Brera e dell’Ambrosiana... Ciò che manca è un progetto culturale, un disegno forte, una programmazione «originale». E questo vale sia nel campo delle mostre sia in quello della produzione teatrale. Come ha messo in luce il dibattito tra gli intellettuali cittadini dopo la proposta di un «Manifesto della cultura» lanciata a febbraio dal presidente della Triennale Davide Rampello sulle pagine milanesi del Corriere della sera, prevale la logica dello spot, degli effetti speciali, del voler stupire. Ma tanti eventi non fanno una politica culturale, rimangono semplici appuntamenti. Manca una filosofia. Sono cose scritte ancora ieri da Armando Besio su la Repubblica sotto un titolo emblematico: «I big non bastano a produrre cultura».
Si dice che lo specchio del Paese sia la sua capitale. Nel caso dell’Italia, però, lo specchio è più a Nord. Nessuna città riflette più profondamente di Milano il contraddittorio rivolgimento che l’Italia sta vivendo: un Paese inventivo, dinamico e multiforme che tende scompostamente verso direzioni diverse, dove progetti, energie e idee procedono isolatamente, ognuna per sé, in maniera autoreferenziale. Le strade che portano verso il futuro ci sono. Bisogna connetterle. È per questo (si spera) che come simbolo dell’«Expo 2015» non si è scelto un monumento ma un concetto: la città che diventa il centro di una rete globale per lo sviluppo di un intero sistema: Milano-Lombardia-Italia-Europa.

Il cardinal Dionigi Tettamanzi, uno che conosce molto bene l’anima della città, ama ricordare che il nome Milano rimanda a Mediolanum, una terra che «sta nel mezzo». Un luogo dove si converge, ci si incontra, si dialoga. Il centro di una «rete». Forse è questo il campo sul quale giocare la sfida: riscoprire il proprio ruolo (destino? vocazione?) di città dell’incontro: fra culture e stili di vita differenti, fra eccellenze e quotidianità, fra aspirazione internazionale e «localismo», fra sensibilità artistica e «dover fare».

Milano è sempre stata laboratorio per la sperimentazione, teatro dell’innovazione, palcoscenico della grande architettura, vetrina delle eccellenze. Ma oggi? Milano ha perso la sua identità, o è solo offuscata? Continua a credere nei modelli culturali e morali che hanno segnato la sua storia, o li ha smarriti per strada? È ancora nel gruppo delle grandi città capaci di attirare intelligenze e artisti, o ha traslocato in periferia. È capofila di tendenze, o sta nel branco? Detta o insegue le mode? E soprattutto: la politica cittadina ha compreso il valore sociale oltre che economico della cultura, o deve farselo insegnare da Londra o Dublino?

Milano è sempre stata ciò che fa: Milano è la «cultura del fare», un fare del quale la moda e il design sono l’esempio più tangibile. È la Milano vivace, coraggiosa, incosciente, aperta alle novità e alle contaminazioni. La Milano che inventava, che innovava, che creava. Che sapeva osare e creare. O che sa ancora osare e creare?
luigi.mascheroni@ilgiornale.it