«A Milano può nascere la città ideale del futuro»

B attuta pronta, autoironia, autocritica: non sembra nemmeno un archistar. Eppure lo svizzero Mario Botta ha alle spalle quasi quarant’anni di progetti, la maggior parte dei quali realizzati e pluripremiati, tra i quali ricordiamo il SFMoma, museo d’arte moderna a San Francisco, la sinagoga Cymbalista e centro dell’eredità a Tel Aviv, il Mart museo d’arte moderna e contemporanea a Rovereto, la torre Kyobo a Seoul, il centro pastorale Giovanni XXIII a Seriate e la tanto discussa ristrutturazione del Teatro alla Scala di Milano.
Oggi presenta il meglio della sua produzione, raccolto nella nuova edizione del volume edito da Compositori «Luce e gravità. Architetture 2003-2007» (USM Showroom - Via Santa Radegonda, 11). Inevitabile che abbia già pronta quella che considera un’idea vincente per l'Expo 2015.
«Chi verrà a Milano avrà la necessità di confrontarsi con un pezzo di città nuova. Esiste un architetto ultranovantenne che si chiama Guglielmo Mozzoni che ha già lavorato a un progetto che potrebbe essere utilizzato in toto: la città ideale. Che nel caso dell’Expo sarebbe il "villaggio ideale"».
Di che si tratta?
«Ci sono diversi modelli abitativi, da 5 a 20mila abitanti. Si tratta di sfere multilivello a cui si accede tramite piani inclinati che eliminano gli elementi negativi della normale urbanizzazione e risolvono anche una serie di problemi ecologici. La sfera sarebbe risolutiva anche come immagine promozionale dell’evento e una volta terminato l'Expo si trasformerebbe il villaggio nelle nuove case popolari».
È una provocazione?
«Niente affatto. Certo si dovrebbero portare allacciamenti, tram, metro, viali, parchi in questo nuovo falansterio del 21° secolo. Ci potrebbero lavorare dei giovani architetti. E almeno i padiglioni dei vari Paesi, che di solito sono un luogo effimero, diverrebbero una matrice milanese. Nella logica del riuso, che poi è quello di cui ha bisogno Milano».
Che logica sarebbe?
«Quella su cui si sta già giocando il futuro dell’urbanistica europea. A Londra ormai si costruisce solo sul già costruito. Bisogna imporre come legge di riconvertire tutte le aree obsolescenti come settori ferroviari, aree militari e fogne industriali. Consolidare l’esistente con ovvia riduzione dei costi e valorizzazione di una stratificazione storica che è propria anche di Milano».
Come ha già avuto occasione di dire, insomma, stop alla «città che sale»?
«Milano non è New York, né Dubai e nemmeno deve assomigliare a qualche altra grande metropoli! Deve essere se stessa. Sì alla globalizzazione, no alla banalizzazione di modelli già esistenti applicati acriticamente in qualsiasi città. L’unica difesa per Milano è mantenere la propria identità che va cercata nella propria storia, memoria, paesaggio, entità vive che non possiamo ogni volta bollare come nostalgiche. Modernizzare Milano come si fece negli anni ’50 con la Torre Velasca ha un senso. "Prestarla" al modello di, chessò, Miami, sarebbe una sciocchezza».
Pagine che sfoglia con più piacere in «Luce e gravità», il libro che presenta oggi?
«Nessuna. Per l’architetto quel che conta sono i progetti ancora da realizzare».
Pagine che strapperebbe?
«Quelle che non hanno retto alla verifica sul territorio. Le opere architettoniche sono vive, sempre».
La Scala ha retto?
«Alla fine credo che persino i milanesi che alla Scala non ci andranno mai, ma che l’hanno nel cuore come simbolo siano soddisfatti. Il diavolo è stato dipinto ai milanesi molto più brutto di quello che era in realtà. Abbiamo messo un teatro creato per il lume di candela e le lampade ad olio in grado di reggere all’aria condizionata».
Mi dica almeno una cosa contro gli architetti.
«Pensiamo che costruire porti in sé automaticamente un’accezione positiva. È il nostro più grande limite. Ma forse anche la nostra più grande speranza».