Milano, rivolta a Chinatown La Moratti: no zone franche

Tumulti scoppiati per una multa a una commerciante: 400 cinesi hanno assalito i vigili (<strong><a href="/media.pic1?ID=121"><font color="#ff6600">guarda le immagini</font></a></strong>). <strong><a href="/a.pic1?ID=170595">Il sindaco: &quot;In città le regole valgono per tutti&quot;</a></strong>

Milano - All’improvviso, ieri mattina, le strade di Chinatown non c’erano più. Si vedevano solo centinaia e centinaia di teste di cinesi una accanto all’altra. Sempre di più: gente che usciva dai palazzi, dai negozi, arrivando silenziosa ma in massa, determinata, con in pugno bandiere rosse. Alla fine un vero e proprio fiume di persone. Spaventoso. Arginato solo dall’arrivo della polizia, dalle cariche della Celere, dalla volontà di ristabilire l’ordine sovvertito da questa massa di stranieri che sferravano calci e pugni alle auto dei vigili, lanciavano bottiglie contro la polizia e si buttavano per terra.
Quello che è accaduto ieri mattina tra via Niccolini, via Bramante e via Paolo Sarpi, a Chinatown, a Milano non si era mai visto prima. Scontri e tensione: il cordone delle forze dell’ordine da una parte e i rivoltosi dall’altra. Guerriglia pura. Il bilancio alla fine è preoccupante: 14 vigili urbani feriti lievemente e due delle loro auto capovolte, una donna cinese denunciata per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, le strade della zona chiuse per sette ore. Uno stato di assedio di un quartiere per lo scoppio della rivolta a lungo covata dagli abitanti di Chinatown. Scesi in piazza in 400 per protestare contro la pesecuzione - come viene chiamata da queste parti in un italiano stentato - che una loro connazionale stava subendo. In realtà un pretesto. «Una rabbia scaturita dai nostri recentissimi controlli - ammette il vigile di una squadra di polizia giudiziaria intervenuto sul posto -, sono circa 40 giorni che setacciamo Chinatown per controllare scontrini e merci, i cinesi sono esasperati, dicono di non riuscire a lavorare». C’è aria di premeditazione.
Tutto inizia alle 9 del mattino quando una pattuglia con due vigilesse a bordo e che in questi giorni presidia Chinatown per far rispettare il carico e scarico delle merci, si ferma in via Niccolini per controllare un giovane cinese: l’uomo sta trasportando scatole di calzature dalla sua auto al negozio di fronte. Le vigilesse gli contestano che il trasporto è avvenuto su una vettura privata e ritirano all’uomo il libretto dell’auto. La vicenda sembra finire lì, con una multa da 40 euro. Ma, due ore e mezza più tardi, l’episodio degenera nella rivolta. La moglie del cinese, la 30enne Bu Rowey, esce dal negozio e, fiancheggiata dai suoceri che l’aiutano a tenere in braccio la figlia di 3 anni, si avvicina alle vigilesse. Vuole il libretto dell’auto: la discussione va avanti per un po’, tanto che attorno alle tre donne si forma un capannello di curiosi. Intanto sul posto arrivano altri sei agenti. Spintonati dalla cinese - così arrabbiata da far cadere anche la figlioletta, che scoppia a piangere -, i ghisa decidono di portarla al comando per identificarla. Lei protesta ancora di più: colpisce con un pugno sul seno una vigilessa, poi afferra il libretto e tenta di fuggire. Subito bloccata, la donna comincia a gridare, chiamando a raccolta i connazionali della zona. Ecco l’adunata: a gruppi i cinesi arrivano, arrabbiati e pronti allo scontro. Gli agenti tentano di allontanarli mostrando il manganello, ma ogni minuto che passa la strada si riempie. I primi spintoni che diventano tafferugli, poi i tafferugli che diventano guerriglia. Arrivano i rinforzi della polizia: Milano torna indietro nel tempo, sembrano gli anni Settanta. Lanci di oggetti contro il muro di poliziotti, poi le cariche, le manganellate. La tensione al massimo. Una, due, tre, cinque, sette ore. Un triangolo di città chiuso per rivolta fino al tramonto. Poi la calma apparente e col buio i lampeggianti della polizia rimasta a presidiare la zona fino a notte fonda.