Milano la rivoluzionaria

«Milano è una seconda Parigi, scriveva nel 1875 il turista Oscar Wilde. Meravigliosi porticati e gallerie; tutta la città è di pietra bianca e dorata». Lo stesso anno il sindaco, il banchiere Giulio Belinzaghi, si lamentava che Milano fosse famosa per le vie storte. Al punto da sostenere che al proverbio sulla inutilità di raddrizzare le gambe ai cani si sarebbe potuto sostituire quello di raddrizzare le strade meneghine (che quando erano troppo dritte, e larghe, come lo stradone del Sempione erano però accusate di agevolare l'ingresso in città dei venti gelidi delle Alpi). Letture diverse, curiose, anche strambe di una Milano scomparsa ma che non perde occasione di ripresentarsi a chi oggi la vive infatuato solo dal futuro. Anche quest'anno infatti non mancano i libri strenna che hanno all'indice la fisionomia del passato. Tre anni prima della lettera di Wilde, nel 1872, l'ingegner Giovan Battista Pirelli fondava un'impresa che presto diventerà ambasciatrice del «rito ambrosiano» del lavoro in Italia e nel mondo. Due anni dopo, nel 1877, saranno i fratelli Ferdinando e Luigi Bocconi, ex venditori ambulanti, a stupire con il loro primo grande magazzino «Alle città d'Italia», aperto in via Tommaso Grossi sul modello del parigino «Bon Marché». I Pirelli e i Bocconi sono ora in quel grande albero genealogico ambrosiano rappresentato da «Le grandi famigliedi Milano» (Celip, pagg. 352, euro 110). Un bel volume, curato da Roberta Cordani, in cui si è condensato un intenso lavoro di ricerca della storia, dei volti e dei caratteri di quei gruppi famigliari che, come ricorda la curatrice, «soprattutto nelle epoche passate hanno costruito le loro ricchezze, ma anche quelle dell'intera città». Sfilano l'imprenditorialità, la cultura, l'intraprendenza, il saper fare, la dignità del lavoro, le passioni civili per cui «Milano è diventata Milano». Un impasto di qualità che al gaddiano «cavar zecchini il più onestamente possibile dal tempo mortale» ha sempre unito la vocazione filantropica e il mecenatismo: «A Milano se non si dà, non si è classe dirigente», ricorda Salvatore Carruba, uno degli autori dei testi. Storico è anche il libro «Sulla rivoluzione di Milano. 1814» di Leopoldo Armaroli (Il Muro di Tessa Editore, info 02-86460660, pagg. 148, euro 50). Ovvero una preziosa ristampa della ricostruzione - fatta circolare, anonima, alla fine del 1814 - di quelle «prodezze rivoluzionarie» di cui il senatore Armaroli era stato testimone pochi mesi prima. Precisamente il 20 aprile, quando molti milanesi, caduto Napoleone, sognando un'impossibile indipendenza, assaltano prima la sede del Senato e poi linciano l'odiato ministro delle Finanze, Giuseppe Prina. Nonostante la cronaca avvincente e l'analisi esemplare - il manzoniano assalto al forno delle Grucce ricorderà molto da vicino la descrizione degli scempi fatti al palazzo del ministro - il libro al suo apparire fu subito sequestrato. Anche per dimenticare in fretta, si disse, quella brutta storia: «Rifugge l'anima - racconta l'Armaroli - a rammentare la lenta carneficina e il feroce trastullo fatto a sangue freddo su quell'uomo. Ciascuno volle la sua parte di gloria nel percuoterlo con i puntali delle ombrelle. Ma nessuna ferita fu mortale. Morì d'angoscia e di spasimo». Un altro viaggio nel tempo, questa volta per idrovia, è il libro fotografico «Milano isola tra le acque» di Gianni e Maurizio Maiotti ed Erica De Ponti (Carte Scoperte, pagg. 110, euro 34,5). I mulini del Lambro, la battaglia del Redefossi contro le inondazioni, i traffici dei barconi sul Naviglio Grande, la corsa all'oro sul Ticino, le scampagnate sull'Adda, i pirati della Martesana: il volume è un lungo racconto per immagini - tutte di fine '800 e primi decenni del '900, molte inedite - degli sforzi e dell'ingegno dei milanesi per addomesticare, imbrigliare e sfruttare il patrimonio idrico attorno alla loro «isola». Oggi non è facile immaginare Milano città d'acqua, una piccola Venezia lombarda, ma per secoli la sua filigrana urbana, commerciale è anche sociale è stata liquida. Insidiandone anche la salute. Nel 1838, quando la città conta 148mila anime, ogni giorno accoglie circa tremila forestieri e fa fronte «ai capricci della moda» con 7 negozianti di gioie e pietre preziose, 11 gioiellieri, 118 orefici e 148 chincaglieri («Guida di Milano in otto passeggiate, 1838», edizioni Polifilo, pagg.150, euro 25), c'è già chi parlando della «sudicia contrada del laghetto» ne sottolinea il problema igienico. Aprendo un lungo contenzioso urbanistico che sarà risolto solo nel biennio 1929-30 con la copertura del Naviglio interno. Allora uno dei simboli della città lasciava la luce del sole per ritrovarsi in un'altra, fatta di tenebre, tombini, pozzi, cunicoli, catacombe e passaggi più o meno segreti. Una città nascosta, quasi del tutto sconosciuta, che negli ultimi vent'anni è stata visitata dagli speleologi della Scam (Speleologia Cavità Artificiali Milano). Da questa attività di ricerca è nato il libro «Milano sotterranea e misteriosa» di Ippolito Edmondo Ferrario e Gianluca Padovan (Mursia, pagg. 166, euro 16).