La Milano di Rovani per «Cento anni» capitale del mondo

Torna l’opera torrenziale dedicata alla vita milanese dal 1750 al 1850. Un romanzo diseguale e imperfetto ma che è lo specchio dell’epoca

Nel gennaio del 1874 la partecipazione dei milanesi ai funerali di Giuseppe Rovani fu stimata inferiore soltanto a quella che otto mesi addietro aveva reso l’ultimo omaggio ad Alessandro Manzoni. Segno che le doti del romanziere dei Cento anni, unitamente a quelle dell’uomo, non erano state intaccate nell’opinione dei concittadini da episodi già forieri di ruvide polemiche: in ispecie quella seguìta all’accettazione, per elementari necessità di sostentamento, di farsi - lui Rovani - resocontista ufficiale del viaggio che l’imperatore Francesco Giuseppe compì in Lombardia nel 1857. Un voltafaccia, si accusò, inconcepibile nella vita di un patriota che aveva combattuto come volontario, trentenne, la guerra del ’48.
Il nome di Manzoni fu e continua a essere un riferimento obbligato per i Cento anni, romanzo di ampiezza insolita concluso nel ’64 (sulla Gazzetta Ufficiale di Milano ne erano uscite parecchie puntate a partire da 1857). Richiamo opportuno, Manzoni, ma solo in quanto la sua autorità Rovani convoca più volte, citando e ammirando, mentre gli è estranea quell’idealità o ideologia che traina alla propria meta necessaria il capolavoro manzoniano realizzandovisi in persone ed eventi. È pur vero che nell’arco di tempo 1750-1850 (sia pure con facoltà di larghi intervalli) accanto alla traccia principale altre il romanzo ne lascia scorgere. Ma il frate cronista di Sant’Ambrogio ad Nemus, cui Rovani spesso ricorre, non vale davvero l’Anonimo del Manzoni; e così la vicenda della monacazione forzosa e poi arditamente rifiutata da Paola Pietra - che poi, adulta, quasi un padre Cristoforo in abito muliebre, consiglierà al bene e in bene scioglierà i nodi più ostici - non si scava all’interno dei Cento anni una autonomia drammatica paragonabile alla storia della Geltrude del Manzoni. Non ce n’era né l’agio né, men che meno, il desiderio, in quest’opera torrenziale e tuttavia amabile, complicata per esuberanza di dati ma semplice e sicura nel rapporto instaurato col suo pubblico: un’intesa vincolata al buon senso, a un’ironia discreta che frena le tensioni al punto giusto.
Mai rimasta a corto di lettori, dall’edizione Treves 1873 alla Garzanti 1975, i Cento anni vengono riproposti da Einaudi (nei «Millenni»: pagg. 1182, euro 90), col sussidio di un’introduzione di Folco Portinari e il corredo di splendide tavole a colori fuori testo. Pittori più o meno famosi vi fissano la loro Milano, una Milano che non esiste più in quelle forme e misure, circoscritta e delicatamente familiare a Porta Ticinese come al Lazzaretto, alle Colonne di San Lorenzo come all’Arena (sede di giochi nautici); al Naviglio di Porta Romana come a quello di San Marco; in via Fatebenefratelli come in un’invernale Santa Maria delle Grazie...
Dunque, «storia milanese» anche il romanzo di Rovani? Sì e no. No, se pensiamo al rilievo dei capitoli veneziani del libro (e su Venezia, che conosceva, Rovani può scherzare, contemperandone gli incanti col fetore dei canali), a quelli ambientati in Roma durante la gloria napoleonica (e degli spettacoli al Colosseo) o alla sezione dei Cento anni che ha per scena Parigi. Ma certo è la società milanese che Rovani sa riunire in una piazza o in un salotto - cioè nello spazio della pagina - rendendo sùbito identificabili per un tic o altro indizio, a chi leggeva nel 1860 e spesso anche a noi posteri, i personaggi di riguardo.
Mischiati a senatori e a giureconsulti, a cavalieri e a dame, ecco il generoso Pietro Verri e più tardi l’impulsivo Ugo Foscolo. Poeti, musici e artisti, persi tra cicalecci o dediti a elevati conversari: fra tutti emerge l’abate Parini, coscienza tempestiva e durevole di una civiltà che Rovani accompagna nei suoi aspetti banali ed esaltanti, ridicoli e tragici. Le maldicenze che tengono banco al Caffè Demetrio e le pratiche non sempre oneste delle varie amministrazioni; l’insidiato privilegio della nobiltà di sangue e di toga e le speranze della nascente massoneria; i fasti del nuovo teatro alla Scala, i complotti, le insurrezioni di popolo: la più violenta sarà il linciaggio del Prina (1814), ministro delle Finanze del Regno Italico. Tutto raccontato con dovizia di particolari, di toponimi della città e del contado, che forse oggi parlano appena a qualche erudito... Sì, dei Cento anni si può dire che è un romanzo di Milano: la città alimenta gli ardori e gli amori. E gl’intrighi, orditi da figure alle quali magari ci si affeziona, mai totalmente scellerate: di Andrea Suardi, detto il Galantino, la morte ci par quasi inverosimile, mentre non ci tocca altrettanto l’eroismo integrale di personaggi come Stefania Gentili, la cui memoria incisa su una lapide sepolcrale sigilla l’enorme fatica di Rovani.
Se per vastità e ambizioni la si raffrontò alle Confessioni di Ippolito Nievo - scritte del resto in quegli stessi anni -, le comuni simpatie ambientali fecero sì che Rovani apparisse anche il più diretto precursore della Scapigliatura lombarda. Ma sono accostamenti labili, e Portinari elenca a buon diritto non so quanti europei insigni, da Sterne a Balzac, che potrebbero aver sollecitato Rovani su un tema, un tono, un tratto specifico. Perché infine - la sentenza è di uno «scapigliato» sui generis, il geniale Carlo Dossi - «i Cento anni sono i Cento anni». Ovvietà giudiziosa, se ci invita a gustare il libro senza curarci di incasellarlo in una scuola o di restituirlo a un determinato archetipo, a un preciso genitore.