La Milano sconosciuta ai milanesi

Noi milanesi conosciamo poco la nostra città. Un noto scrittore, tornato a vivere a Milano dopo anni di assenza, mi diceva di averla ritrovata tale quale l'aveva lasciata negli anni Ottanta: modaiola ma invecchiata, stanca. Anche lui, come tanti di noi, si era accontentato del luogo comune.
È possibile vivere in una città senza sapere che cos'è, e questo a dispetto dei giornali e dei tg e dei gr - anche perché spesso chi informa si basa su una visione pregiudiziale. Italo Calvino, nel suo capolavoro Le città invisibili, ci ricordava che per conoscere una città occorre stare al livello della sua molteplicità: una città è potere ma anche architettura/edilizia, è servizio pubblico ma anche divertimento, è traffico ma anche volontariato sociale, è economia ma anche musica e teatro, è produzione ma è anche università, è lavori pubblici ma anche ristorazione.
La sfida è e sarà sempre più al livello della complessità, e non è difficile prevedere che vincerà chi saprà mantenersi a tale livello. In questo Calvino aveva ragione.
L'arte ha in questo senso un enorme compito davanti a sé. Sergio Escobar, direttore del Piccolo Teatro, mi ricordava che grazie al celebre spettacolo Infinities realizzato da Luca Ronconi nel 2002 alla Bovisa, Milano ha scoperto di colpo che la Bovisa non corrisponde più all'immagine che se ne era fatta fino a quindici anni fa. Lo stesso potremmo dire della splendida mostra «Atto unico» di Jannis Kounellis, vero atto di nascita (anche se era nata già da qualche tempo) della Fondazione Arnaldo Pomodoro e del suo magnifico spazio in via Solari. Arte, musica, architettura e spettacolo sono un'occasione per conoscere meglio - al di là dei pettegolezzi politici e della lagna per le cose che non funzionano - una città che è molto più imprevedibile di quanto ci siamo abituati a pensare.