Milano, scontri del 2006: per il procuratore sono solo "ragazzi scapestrati"

La Cassazione conferma le pene per i teppisti che devastarono il centro di Milano: l’accusa aveva chiesto l’annullamento

Devastazione, incendio, resistenza a pubblico ufficiale: per il finimondo scatenato a Milano da bande di autonomi l’11 marzo 2006 ieri sera la Cassazione rende definitive le pesanti condanne inflitte in primo e secondo grado a quindici protagonisti degli scontri. Ma per arrivare alle condanne i giudici hanno dovuto scavalcare la requisitoria della Procura generale, che aveva preso risolutamente le difese degli imputati. Per il rappresentante della pubblica accusa, il sostituto procuratore generale Alfredo Montagna, gli estremisti sotto accusa erano vittime della «cultura deviata» delle forze di polizia, «ragazzi un po’ scapestrati» incriminati senza la prova che avessero partecipato davvero agli scontri.

Per gli imputati, il pg Montagna aveva chiesto l’assoluzione in blocco dai reati di devastazione e incendio, e la conferma della condanna per la sola accusa di resistenza a pubblico ufficiale: una colpa ammessa e quasi rivendicata dagli stessi imputati e dal loro difensore Giuliano Spazzali, tornato per l’occasione a indossare la toga abbandonata un anno fa.

La guerriglia era scoppiata per cercare di impedire che in piazza Loreto si tenesse un raduno della Fiamma Tricolore, movimento di estrema destra. «Impedire la manifestazione dei neofascisti - ha detto Spazzali - era l’obiettivo dichiarato dei giovani della sinistra radicale, anche a costo di entrare in rotta di collisione con le forze dell’ordine».

Ma ieri più dell’arringa di Spazzali a suscitare interesse - e anche qualche dissenso - era stata nel pomeriggio la requisitoria del dottor Montagna. Nel chiedere di ribaltare la sentenza della Corte d’appello milanese - che il 12 novembre scorso aveva confermato quasi per intero le condanne inflitte in tribunale - Montagna accusa carabinieri e polizia di avere eseguito arresti nel mucchio, a scontri conclusi. «La polizia ha una cultura deviata delle indagini perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell’ambito della stessa manifestazione», dice il pg nel corso del suo intervento.

E lancia un parallelo con la recente sentenza sui pestaggi alla «Diaz» durante il G8 di Genova, che ha visto assolti i dirigenti della polizia non direttamente collegabili alle violenze: «questo principio deve valere anche per il cittadino qualunque», dice Montagna, e denuncia il pericolo che in Italia non vengano adeguatamente tutelati «i soggetti più deboli, come possono essere i ragazzi un po’ scapestrati». Le agenzie di stampa divulgano il testo della requisitoria. La prima reazione arriva dal ministero degli Interni, che insieme al Comune di Milano si era costituito parte civile contro gli imputati: il sottosegretario Alfredo Mantovano si dichiara «esterrefatto», aggiunge che «suona illogico chiedere di assolvere gli autori di devastazioni e contestualmente denigrare l’intero sistema delle forze di polizia».

Ma palpabile è anche lo sconcerto a Milano, tra gli investigatori che hanno lavorato all’inchiesta finita nel mirino del pg, colpiti dall’accusa di «cultura deviata». «La nostra impostazione nella valutazione delle fonti di prova - si sfoga uno di loro - è stata condivisa da un pubblico ministero, da due giudici preliminari, da un tribunale del riesame, da un tribunale e da una corte d’appello. Che siano tutti affetti dalla medesima devianza patologica?». E invita a rileggersi gli atti dell’inchiesta, a vedere le foto che ritraggono gli imputati armati e mascherati dietro le barricate in fiamme, a esaminare le testimonianze delle commesse di un negozio che raccontano di avere visto gli imputati aggirarsi travisati e armati e devastare le auto in sosta prima di venire arrestati. O di chi ha visto gli autonomi assaltare e dare alle fiamme un McDonald’s affollato di famiglie per protesta contro il «raduno fascista».

Intanto a Roma i giudici della Prima sezione penale della Cassazione si ritirano in camera di consiglio per decidere. «Il caso è complicatissimo», dice uno ai giornalisti. Invece la sentenza è rapida, e ribalta le conclusioni dell’accusa: condanne confermate. «Abbiamo l’amaro in bocca», dice uno dei difensori. Ma tranquillizza i suoi assistiti: «Nessuno finirà in carcere perché la pena è coperta quasi per intero dall’indulto».