Milano scopre il suo Spoerri

Presentato a Milano l'autobiografia di uno dei fondatori del Noveau Réalisme

Lo vedi, e pensi subito che Daniel Spoerri dovrebbe essere rinchiuso in una teca di vetro trasparente. Né più né meno di quanto accade con i suoi «Quadri-trappola», quelli con i resti del pasto che sopravvivono alla loro stessa essenza. Piatti sporchi, bicchieri unti, pezzi di pane ammuffito, cicche di sigarette: fantasmi di pranzi e cene che imprigionano anche le anime dei commensali. Spoerri è un signore allampanato, il nonno che tutti i nipoti sognano. Perché tu gli chiedi una cosa e lui ti risponde con un incomprensibile svolazzo di parole. A rispondere per lui è, forse, lo spirito del Nouveau Réalisme di cui è stato uno fondatori. Al Pac di Milano la bella mostra curata da Renato Barilli farà palpitare fino al 6 febbraio le creazioni dei «ragazzi» di Pierre Restany, ma intanto ieri ha fatto da sfondo alla presentazione di un libro piège che cattura «Lo Spoerri di Spoerri» (Edizioni Mercurio, 70 euro). Durante la serata al Pac riviviamo oniricamente le domande e le risposte al questionario di Serge Stauffer per il catalogo «Amici-Friends-Freunde» compilato» dall'artista una prima volta nel 1969 e una seconda nel 2001. Che Spoerri sia «un out sider, oltre il Nouveau Rèalisme», come scrive Matteo Maria Rondanelli nella prefazione del libro, è dimostrato dall'energia di cui Daniel è «creatore e carceriere» al tempo stesso. La sua è una biografia di cose dette, ridette e contraddette. Professione indicata nel passaporto? «Artista (nel libretto di lavoro: lavoratore senza qualifica). Nel passaporto la professione non compare più». Stato fisico? «A seconda del consumo di alcol, molto buono o molto cattivo». Particolarità sulla tua origine? «Mezzo ebreo rumeno (nonno paterno cantore della sinagoga); mezzo svizzero (nonno materno cantore ispettore delle diaconesse metodiste svizzere)». «Tare» ereditarie? «Religioso». Come definiresti idealmente la tua professione? «Dilettante universale». Cosa ti ha influenzato di più durante l'infanzia? «L'aver visto all'età di otto anni i genitali della nostra grassa cuoca e lo schiaffo che presi da mio padre quando cantai in bagno “Il nostro Dio è una solida fortezza“. Ma oggi dubito che siano queste le cose che mi hanno influenzato di più». Qual è il tuo rapporto con lo stato di alterazione o con gli stupefacenti? «Consumo solo alcol, con cui ho un rapporto molto intimo di odio-amore». Una ricetta per i giovani artisti? Cosa dovrebbero fare? «Smettere di lavorare finché non ce la fanno più, finché scoppiano, e poi riprendere, finché non riescono a smettere di nuovo. Non stare ad ascoltare me».