«A Milano servono costruttori di parole»

Massimiliano Finazzer Flory: «Sì ai grattacieli ma anche a progetti culturali forti»

È uno dei pochi che a Milano abbia il coraggio di dire che il 2015 non è così vicino. Che nel frattempo la città vive giorno dopo giorno e ha bisogno soprattutto di tre cose: cultura, cultura, cultura. Saggista, curatore di rassegne culturali, mostre e notti bianche, ideatore di format che intrecciano filosofia, letteratura, scienza e musica (a Milano «A passo d'uomo» e «Cultura in Galleria»), direttore di collane editoriali per San Paolo e Skira, attore e regista, Ambrogino d'Oro 2007, Massimiliano Finazzer Flory ha le idee molto chiare su presente e futuro di Milano, da qui all'Expo 2015.
Partiamo dalle basi: che cosa manca a Milano?
«Una città è un ordine di cooperazione volontaria a cui deve dare una governance. Qui gli unici che abbiano un'idea di città sono i costruttori. Ma è un'idea declinata solo al presente. Ci vogliono costruttori di parole, per costruire la nuova Milano ci vuole la poesia».
Non è un concetto un po' astratto?
«Voglio dire che il milanese deve tornare a essere un turista nella sua città, guardarla con occhi sgombri da giudizi e stereotipi».
Entriamo nel concreto.
«Poesia urbana è un uomo che cammina in mezzo a una folla che non conosce e di cui non ha paura. È la gente che attende con fiducia alle fermate del mezzo pubblico».
Sicurezza e servizi. E poi?
«Come facciamo a parlare di Milano e del territorio se non facciamo un serio monitoraggio di che cosa pensano i milanesi della propria città? I milanesi non conoscono il Museo archeologico, Brera, l'Ambrosiana, Villa Reale. Quanti hanno visto i piedi del Cristo morto di Mantegna o Caravaggio a Brera? Per non parlare dei Navigli che sono un museo a cielo aperto ma stanno diventando una fogna a cielo aperto. Una città senza acqua è una città senza sogni, in cui non si può cercare romanticismo. Certo poi ci sono strutture che non possono permettersi un'ondata di massa».
Ad esempio?
«In prospettiva Expo, per il Cenacolo sarebbe meglio preparare in tempo visite virtuali sostitutive. Siamo nella città più cablata del mondo e ancora non usiamo tecnologia informatica e fibre ottiche per promuovere i nostri beni culturali».
Nei cantieri aperti oggi a Milano c'è governance o bolle di caos?
«Preferisco cantieri aperti, la stretching city, Milano che sale, a cantieri chiusi nelle mani di una burocrazia occhiuta e liberticida. La verticalità è una risposta adeguata alle sfide del nostro tempo».
Esteticamente compatibile con la città?
«I grattacieli li facciamo oggi perché sono un'esigenza di ieri. E sulla natura bisogna avere uno sguardo ampio. La mia Milano ha uno dei più bei parchi d'Europa, a Monza, che non è un secondo ente locale. La mia Milano guarda verso il lago di Como, la storia musicale di Cremona, la bellezza antica di Bergamo. Milano deve mettersi in rete con le altre città lombarde».
A chi affiderebbe lo sviluppo culturale di Milano?
«Editoria e università hanno ancora poco peso. Traduttori, editor, ricercatori, hanno un know how e rapporto con l'estero straordinario. Usiamoli, facciamoli diventare soggetti di rappresentanza, di potere».
Come?
«Calendarizzare e programmare. Basta eventi spot. In un palinsesto rigoroso possiamo inserire la creatività».
Il prossimo banco di prova culturale?
«I cento anni del futurismo, nel 2009. Io ci sono: mi dovrei occupare del teatro futurista, portarlo negli spazi di Milano da cui ha preso le mosse».
È in vista anche un altro incarico importante...
«Il rilancio di Villa Reale. Da settembre 2008 diventerà una sede ideale di eccellenza culturale interdisciplinare, sul modello parigino. Il palinsesto è già pronto».
C'è ancora chi ha voglia di sborsare denaro per la cultura?
«Gli sponsor chiedono un immediato ritorno degli investimenti. Danno briciole, elemosina. Ma sono comunque eroi, se pensiamo che nessuno poi li riconosce, li gratifica».
Il suo segreto per convincerli?
«Non mi divido, non distribuisco la mia posizione su soggetti palesi o occulti. E ci metto la faccia. Quel che dico a loro lo ripeterò davanti al mio pubblico. Capiscono che sarei pronto a fare quel che faccio anche gratis. Dalla mattina alla sera non faccio altro che fare cultura. Non ho altri interessi».