Milano, sgominata cellula musulmana che finanziava attentati in Algeria

I soldi raccolti attraverso l’attività di piccoli negozi. Accertati legami con attacchi sventati a Madrid e Londra

Enrico Lagattolla

da Milano

«Ieri abbiamo avuto un matrimonio. Ne hai sentito parlare? Abbiamo fatto un matrimonio. Là, a Biskra». Una telefonata tra Italia e Algeria. Un filo diretto tra il Gruppo islamico armato-Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gia-Gspc), e una cellula estremista radicata a Milano. «Matrimonio». «Hers», in arabo. Un termine in codice con cui indicare un attentato. E a Biskra, a sud est di Algeri, come a Chlef, a sud ovest della capitale, di «matrimoni» ce ne furono due: il 3 gennaio del 2005, e il 27 marzo dello stesso anno. Un bilancio di 18 morti e 19 feriti. Attentati di cui i sei referenti italiani del Gis-Gspc, raggiunti ieri da un’ordinanza di custodia cautelare e accusati di promuovere e finanziare l’attività terroristica, erano a conoscenza. Due di loro, Yacine Ahmed Nacer e Ali El Heit, erano già in carcere. Il terzo, il tunisino Afif Mejri, è stato catturato dagli uomini del Gico in Svizzera. Altri tre algerini, invece, sono latitanti da circa un anno.
«Un gruppo - scrive il gip di Milano Luca Pistorelli nelle cinquantasette pagine di ordinanza -, coagulato intorno a Djamel Lounici (indagato, ndr), era organicamente inserito in un sodalizio aderente al fronte radicalista islamico», che «vanta articolazioni nei numerosi Paesi raggiunti dai suoi componenti fuggiti dall’Algeria per lo più in quanto ricercati dalle autorità locali». Una cellula, quella milanese, che rappresentava una «solida e stabile organizzazione» dedita «all’esecuzione di un programma di aggressione armata alle istituzioni e alle popolazioni algerine». Un’organizzazione che «si appoggiava su propaggini estere», «basi sicure per affiliati in transito e, soprattutto, centri di approvvigionamento finanziario, attraverso la raccolta di fondi tra i musulmani, oppure attraverso la gestione di attività commerciali nelle quali vengono investite parte delle risorse del sodalizio».
Come a Milano, dove decine di piccoli esercizi commerciali finanziavano l’organizzazione. «Vere e proprie basi operative - spiegano gli inquirenti - per incontri tra persone coinvolte in vicende di terrorismo islamico, e per la produzione di documenti falsi». Il flusso di denaro gestito dalla cellula - a partire dal 2004 - aveva raggiunto 1 milione e 300mila euro, movimentati attraverso una cinquantina di transazioni bancarie e postali. A questi vanno aggiunti altri 320mila euro inviati in Algeria utilizzando società di «money transfer», oltre a un incalcolabile numero di piccole somme di denaro esportate dai «corrieri» dell’organizzazione, di cui - per la ridotta entità - risulta difficile fare una stima. Risorse che hanno viaggiato dall’Europa al Nord Africa, e destinate ad esponenti del Gia-Gspc.
La cellula milanese, trovata in possesso di materiale eversivo di matrice islamico-radicale (manuali per la fabbricazione di armi ed esplosivi, filmati sui leader della jihad - tra cui Osama Bin Laden -, su azioni paramilitari e addestramento alla guerriglia), manteneva contatti con i vertici dell’organizzazione terroristica. Il Gico, tra i molti, ha accertato i legami con Ali Belhalj in Algeria e Abbas Madani in Qatar, due «leader» del disciolto Fronte islamico di salvezza (Fis), con i mujaheddin responsabili degli attentati di Biskra e Chlef, e con il Gspc in Algeria. E, ancora, con l’affarista algerino Djamel Nehal (arrestato nel dicembre del 2005), che sull’asse Napoli-Marsiglia agiva come collettore di informazioni e collegamento tra cellule estremiste, a sua volta in contatto con Ahmed Ouki, esponente del Gspc marsigliese coinvolto nel presunto attacco biologico a Londra, che nel gennaio 2003 la polizia britannica annuncia di aver sventato. Infine con Madjid Sahouane, arrestato nell’ottobre del 2004 in Spagna con l’accusa di aver pianificato un attentato alla «Audiencia Nacional» di Madrid, e che aveva come obiettivo principale il giudice Baltasar Garzón.