Milano? Un sogno che costa 20mila euro

Se i primi cinesi sbarcati a Milano sono arrivati negli anni Trenta del secolo scorso, la prima vera ondata migratoria si è verificata negli anni Sessanta e Settanta. Non a caso quando il nostro Paese ha avuto il suo boom economico. Questo a conferma di una certezza: per capire i cinesi bisogna seguire i soldi. In quel momento hanno iniziato ad aprire i primi ristoranti nella zona Sarpi-Canonica di Milano, il primo vero nucleo di espansione per la comunità: ogni ristorante infatti necessita di manodopera, quindi produce in primo luogo permessi di soggiorno. Poi c'è l'indotto: chi importa il cibo ha finito spesso per aprire i primi alimentari. Infine bisogna considerare i falegnami, gli idraulici e tutti quei lavoratori a basso costo necessari per far funzionare anche gli ambienti di un ristorante e che potevano essere reperiti all'interno della comunità cinese. E' dopo la prima affermazione delle attività imprenditoriali nella capitale economica del Paese che i cinesi iniziano anche a sparpagliarsi nelle altre grandi città italiane come Firenze, Roma e Bologna.
Nel frattempo il sistema della ristorazione a Milano ha avuto il suo boom nella prima metà degli anni Ottanta, quando anche la criminalità «made in china» si è buttata nell'affare dell'importazione di manodopera: l'organizzazione ha letteralmente importato migliaia di persone illegalmente grazie soprattutto alla produzione di documenti falsi.
Pagando con qualche anno di lavoro gratuito, in genere da 2 a 4 anni, i cinesi avevano il viaggio organizzato: aereo, poi bus fino alla stazione Centrale di Milano dove venivano prelevati e portati nella zona Sarpi-Canonica e sistemati in alloggi spesso affollatissimi.
Un investimento anche per il cinese «importato» che spesso accettava di pagare 20mila euro alle triadi per avere una possibilità nel nostro Paese. E un movimento di denaro considerevole, oltre che di documenti falsi, perlopiù illeggibili per le autorità visto che il cinese tutt’ora non è molto conosciuta come lingua.
Il risultato è stato che in cinquant'anni l'Italia ha visto crescere la comunità in maniera esponenziale, con i figli dei figli che prima si sono integrati raggiungendo spesso i migliori risultati scolastici - anche in questo caso la produttività cinese ha pochi rivali - e curricula eccellenti. Con un aspetto in un primo momento sottovalutato ma che ora sta prendendo sempre più piede: molti, dopo aver avviato delle attività in Italia, oggi tendono a tornare nel loro Paese visto che garantisce un'economia vitale e un fisco leggerissimo grazie al «piano Deng». Portando con sè ovviamente anche il patrimonio di conoscenza e cultura di cui si sono impadroniti. Il «piano Deng» è una riforma in senso liberista che ha aperto le porte ai capitali stranieri, abbattendo moltissimi vincoli burocratici e garantendo una fiscalità leggerissima. Così dopo che i loro nonni sono arrivati qui quando la nostra economia era in piena espansione, ora i giovani, grazie anche al denaro accumulato, seguono nuovamente i soldi e il mercato e si ritrasferiscono in Cina con le loro valigie non più piene solo di sogni e fatica ma spesso anche piene di soldi e conoscenza.