Milano sotto l’assedio dei rom «Lo Stato ci ha dimenticati»

da Milano

«Lo spaccato della paura è sotto gli occhi di tutti». Riccardo De Corato sintetizza l’ingovernabilità milanese messa a rischio dall’esplosione dell’immigrazione. Ingovernabilità che, commenta il vicesindaco di Milano, non trova soluzione nel pacchetto sicurezza.
Già, con 175mila stranieri residenti, 100mila clandestini e 10mila nomadi su una popolazione di un milione e trecentomila abitanti, a Milano «il peso degli immigrati è ben oltre il doppio di quel sei per cento che rappresenta la media italiana». Chiaro a tutti, governo Prodi escluso, che serve un intervento con decisione, «altrimenti? Milano rischia la paralisi». Certezza sottoscritta da quei milanesi che, a due passi dal cimitero Maggiore, convivono con l’illegalità del campo rom di via Triboniano. Loro ci hanno fatto il callo ai bambini che tirano sassi sui vetri delle macchine. Ai genitori che liberano l’intestino sui marciapiedi. E a quel puzzo di fogna che ammorba la zona. Ma il limite, avvertono, è superato. Adesso, quei milanesi sono pronti a sparare: «Noi siamo le vittime, non loro».
Reazione da mal di pancia di cittadini che insieme all’amministrazione comunale reclamano pene più severe e più forze dell’ordine contro chi bivacca da anni nelle baraccopoli alimentando criminalità e pure lavoro nero. Milanesi disperati che sottoscrivono quella nota del sindaco sul pacchetto sicurezza, «basta rincorrere le emergenze, basta cercare rimedi dell’ultim’ora». Soluzioni che, dunque, non rispondono ai bisogni di una grande metropoli, anche se il prefetto Gian Valerio Lombardi già garantisce «la pronta applicazione al decreto»: «Nei miei uffici si sono già una decina di pratiche pronte alla firma».
Non basta però alla Milano che ha persino smosso l’«advisor group on forced evictions» dell’Onu, con tanto di richiesta di un rapporto dettagliato sulle favelas dove si sono verificati persino decine di casi di epatite A. Sì, dieci e più casi di una malattia debellata in Occidente, che aggredisce per lo più i bambini del Terzo Mondo e che, amara sorpresa, è ricomparsa all’ombra della Madonnina. Rischio sanitario di ghetti, un centinaio, spalmati in periferia dove si vive nel fango, tra le immondizie e gli escrementi. E dove, quando piove, le strade diventano una latrina a cielo aperto e le scarpe sono ingoiate da una poltiglia maleodorante.
Quadro ambrosiano di roulotte dismesse a fianco di cumuli di rifuti e baracche improvvisate fatte di cartone e di assi di legno. Che si completa con la rabbia e la paura dei cittadini spiazzati dalle denunce per violenza sessuale che sono in aumento nella città e che, spesso, ha portato polizia e carabinieri a catturare i violentatori tra le baracche di lamiera e di cartone. O, come accaduto tre giorni fa, a sbattere in galera un rom che dalla baraccopoli di via Triboniano gestiva qualcosa come cento prostitute.
«Chi si integra è benvenuto, chi non lo fa, evidentemente, deve andarsene» è il leit motiv della Milano perbene. Come dire: «Niente buonismi, ma fatti e non parole» ribadisce Forza Italia per bocca del coordinatore regionale Maria Stella Gelmini. Che si interroga sui «tagli in Finanziaria ai fondi destinati alle forze dell’ordine»: scelta politica di un governo «che penalizza i primi che possono garantire la sicurezza». E se il cardinal Dionigi Tettamanzi invita a «non contrapporre violenza a violenza», c’è la pena di chi vede bambini tristi e affaticati elemosinare all’angolo di piazza Duomo. Figli di chi ha scambiato Milano per il paese di Bengodi.