Milano ti amo perché mi hai deluso

L’ultimo libro di Luca Doninelli è un viaggio visionario fra le pieghe invisibili della città lombarda. Un romanzo, ma anche un pamphlet illuminato e nient’affatto illuminista

Chiedo scusa in anticipo per la mia modestia e l’imbarazzo nell’affrontare Il crollo delle aspettative. Scritti insurrezionali su Milano (Garzanti), di Luca Doninelli. Chiedo scusa perché, nel tentativo di stilarne un resoconto, non saprò essere sempre lucido ed esaustivo, logico e sintetico. Forse - e di nuovo spero non me ne vogliate - sarò costretto a inventarmi un passo spedito, garibaldino, per lasciare presto il campo alla vostra ineludibile lettura. Primo e ultimo punto: Doninelli non scrive un libro importante, bensì epocale alla maniera di un tomo antiaccademico di cui l’accademia stessa ne avrebbe bisogno. È una costola di quell’enciclopedia milanese che inizia (e comunque termina) con Manzoni per approdare (passando per Testori) al Gadda “ingegneristico”. Doninelli, dunque, scrive un libro su Milano, ma scrive anche un romanzo nel quale Milano è personaggio e oggetto, paesaggio e futuro. Il crollo delle aspettative, infatti, punta in picchiata e decolla in volo sulla città imponendo un ritmo che è dell’ascolto e della lettura insieme. Ci troviamo anche nella dimensione del saggio, cioè di un pamphlet anti-illuminista che però della lezione illuminista (Beccaria) ne ricorda la miracolosa sintesi sorgiva. Doninelli (caso unico nella letteratura contemporanea) addiziona empatia e cultura, passione e conoscenza: in un colpo manda ko tutte le congetture sul romanzo che deve essere tale, e i meticciati post garboliani. Ma ora tenetevi forte perché non la mando a dire.
Ho sempre pensato che il capolavoro di Manzoni non fosse I promessi sposi bensì Il Conte di Carmagnola. Meglio: ero troppo interessato alla Tragedia della Storia (e lo sono ancora) per tenere il Conte in panchina e far giocare Lucia e Renzo. Ero (e lo sono ancora) troppo attento a questa figura spavalda di onestà e passione (implicitamente, discretamente spavalda come colui che è cieco) per non andare in pellegrinaggio presso il Cimitero Monumentale nella estrema e visionaria ipotesi di incontrarvi l’Erede del Conte. Invece trovai le mejo tombe della borghesia del mondo e, ovviamente, il Famedio dove sapete riposa Alessandro Manzoni. Trovai comunque la Tragedia custodita nel Famedio ma ora, ora che ho letto Il crollo delle aspettative non posso non pensare che l’eroismo incarnato dall’ex pastorello strappato alla zappa da Facio Cane non aleggi in questo libro straordinario.
Doninelli si lamenta che Milano poteva essere la capitale del sud Europa e non lo è stata, Doninelli esamina la mancanza di splendore, la fine degli stilisti ora “borsettari”, si rammarica del fallimento del Centro Direzionale, della borghesia che si è fatta immobiliarista, che non sa progettare... Doninelli ci ricorda la crisi del Piccolo, della cultura, eppure Milano rimane «innanzitutto casa». La Milano contadina, barbarica, cristiana. La Milano che è una famiglia, che senza la forza di questa strana miscela di famiglia sociale, di famiglia che adotta i suoi figli, non sarebbe neppure esistita (a differenza della famiglia romana che è una tribù). Ecco, Doninelli, nel momento in cui scopre Roma, stabilisce un viavai reale e ideale (sulla tratta aerea o ferroviaria) tra Roma e Milano che dà forza intera alla potenza milanese. La quale sì, pare in ginocchio, ma è pronta (perché il dna non può fallire) a rilanciare il dovere morale della sua famiglia verso il futuro, cioè dentro quel passato che Manzoni aveva tracciato in una orizzontalità che si estende dai laghi ai monti fino al cuore lì in cima al Duomo che si chiama: “Madonnina”. Le pagine che si leggono sono vibranti, sono di più. Rivelano un surplus di stile. Il crollo delle aspettative ci consegna un grande stilista oltre che un grande innamorato di un immenso amore.
Sono geniali le pagine nelle quali si svela la bellezza invisibile di Milano: gli androni dei Palazzi, i cortili come chiostri di conventi (lo sapevo! lo sapevo che era così, grazie Luca che gli hai dato un nome e cognome, grazie della tua intrepida lucidità). Leggete cosa scrive di Milano: «Città-moglie, città figa, città-puttana...»; «Noi siamo, come dice sempre un amico, gli eroi del lunedì, gli eroi della settimana che ricomincia, gli eroi dell’alzarsi presto, del fare quel che ci tocca, bello o brutto che sia. L’uomo lombardo esercita questa virtù. Il milanese, oltre che esercitarla, può insegnarla al mondo».
Doninelli continua a narrare che Milano non ha splendori, eppure tutto il suo integrale (intuizione e attenzione) vagabondare per la città non fa che innescare epifanie su epifanie riconsegnandoci una capitale dove (addirittura) si può passeggiare senza fare shopping. Doninelli non può dirlo ma credo sappia che un libro tanto razionale quanto romanzesco (stendhaliano) poteva scriverlo solo lui e soprattutto su Milano. E sa anche che l’ha potuto scrivere grazie a Roma. Grazie all’“impossibilità” di scrivere un libro su Roma ha potuto con Milano. A Roma hanno ucciso Pietro e da allora il suo sangue si è sparso a macchia d’olio. Ha disegnato una figura maculata e orientale, delirante anche ora che si sta milanesizzando. Invece a Milano Doninelli è dentro un mondo contadino e cristiano (sembra da non crederci) che, anche se “crollato”, resiste nella luce che sa d’erba tagliata quando il traffico concede una qualche pausa. Tutti puntano verso quell’oro mariano che è oltre le guglie. Ma Doninelli ha fatto di più: ha di nuovo riposto la sua città nel Famedio manzoniano. Dunque pretende, fortissimamente vuole, combattere la Tragedia di un mondo al capolinea. Dimenticavo: Leonardo da Vinci è un altro padre fondatore. È il vero Grande milanese dimenticato. Chi lo sapeva? Luca Doninelli.