Milano, tutti i colori della fede

Dopo essere stata dimenticata per molto tempo dai milanesi, la Basilica di Santo Stefano Maggiore, a due passi dal Duomo, chiusa dal 1978 al 2003, ma da sempre considerata tra le più importanti e significative della città, è tornata da qualche anno al centro dell’attenzione. E non solo per la recente scoperta, nel suo archivio parrocchiale, dell’atto di battesimo del Caravaggio, che consente finalmente, dopo lunghe ricerche, di ascrivere il pittore Michelangelo Merisi tra i geni dell’arte nati a Milano. Piuttosto per il nuovo fervore religioso che si respira al suo interno. Ai piedi dei grandi quadri sacri del Procaccini, del Cerano o del Cairo, illuminati dai colori delle finestre a vetri dipinti da Amalia e Costante Panigati, ogni giorno si riuniscono in preghiera moltissimi fedeli di origine straniera. La chiesa è divenuta infatti sede della Cappellania Generale dei Migranti. «È il punto di riferimento delle comunità cattoliche straniere che vivono in città», afferma don Giancarlo Quadri, responsabile dell’Ufficio della Pastorale Migranti della diocesi. In una città multietnica come Milano è oggi più che mai necessario un ente che possa accogliere i fedeli stranieri, coordinandone le iniziative religiose. «In questa chiesa vengono ospitate le celebrazioni dei latinoamericani e dei cingalesi – continua don Giancarlo –, anche se in orari differenti da quelli della messa degli italiani: stiamo cercando un’integrazione, ma è un processo che ha bisogno di tempo perché la lingua, la cultura, i modi di fare e di pregare sono diversi dai nostri». E se in Santo Stefano assieme agli srilankesi si ritrovano quindi fedeli peruviani e colombiani, ecuadoregni e boliviani, alla numerosa comunità cattolica filippina la diocesi ambrosiana ha destinato invece, sempre in giorni e orari precisi, la storica Basilica di San Lorenzo alle Colonne (corso di Porta Ticinese), la Chiesa di Santa Maria del Carmine (piazza del Carmine, zona Brera) e la chiesa di San Tomaso in Terramara (via Broletto), che conserva nel nome «terra amara» o «terra mala» l’antica leggenda milanese di un prete corrotto, per punizione sepolto vivo nel cimitero della chiesa. «In città – aggiunge don Quadri – ci sono poi anche gli immigrati cristiani ortodossi e i protestanti, oltre naturalmente alla comunità islamica. Questi gruppi fanno però riferimento all’Ufficio per l’Ecumenismo diretto da don Gianfranco Bottoni». E proprio tra le chiese affidate in uso agli ortodossi ricordiamo quella secentesca di San Vito al Pasquirolo (largo Corsia dei Servi), che dopo essere rimasta chiusa per un trentennio, nel 2001, a seguito di restauri, è stata riaperta al culto e oggi è frequentata dai fedeli russi. Agli ortodossi rumeni è stata invece messa a disposizione da anni la chiesa barocca di Santa Maria della Vittoria (via De Amicis), che fa mostra di una grande e suggestiva iconostasi in cui trovano posto quasi cinquanta icone di santi, profeti e patriarchi. A Milano è poi ben presente anche il mondo protestante in tutte le sue differenti suddivisioni: ci sono così edifici religiosi frequentati da luterani, metodisti, battisti, valdesi. È il caso di ricordare in via De Marchi l’ottocentesca Chiesa Cristiana Protestante e in via Francesco Sforza il Tempio valdese. Proprio quest’ultimo presenta una singolare particolarità: la sua facciata è la stessa appartenuta all’antica Chiesa di San Giovanni in Conca, di cui pochi resti sono ancora oggi visibili in piazza Missori. Già utilizzata nel XIV secolo da Bernabò Visconti come cappella palatina, tra Otto e Novecento la chiesa di San Giovanni, trovandosi al centro di nuovi assi viari, subì diverse modifiche, fino alla definitiva demolizione. Prima però venne acquistata dai valdesi, che ebbero così la possibilità di recuperarne la facciata, smontandola e riutilizzandola come nuovo fronte del loro edificio di culto.