Milano-Venezia, ecco l’autostrada dell’acqua

Un’idea allo studio della Regione Lombardia. «Sfruttare fino in fondo le vie navigabili potrebbe sostituire le opere viarie. Senza contare che tutto ciò significa un minore inquinamento e un impatto ambientale ridotto»

Collegare la Lombardia al mare non è un’ipotesi fantozziana. Si può fare. Come? Con un canale navigabile lungo sessanta chilometri (largo 40 e profondo 5 metri) fra Truccazzano e Pizzighettone, che va da Milano a Cremona e via Po arriva sino all’Adriatico. Una linea di trasporto commerciale che consentirebbe il passaggio di convogli fino a 1300 tonnellate.
Idea firmata dall’assessore regionale al Territorio Davide Boni, che vede in quel canale «un’autostrada sull’acqua»: «O costruiamo più opere viarie oppure sfruttiamo fino in fondo le vie navigabili. Il Po è infatti una grande risorsa che, con opportuni interventi, può essere l’alternativa al trasporto su gomma». E, poi, aggiunge l’assessore «l’autostrada sull’acqua ha un duplice vantaggio: ridurre l’impatto ambientale e l’inquinamento che un’infrastruttura stradale porta con sé».
Impresa che, naturalmente, non è tutta in discesa: «Per la realizzazione è indispensabile il coinvolgimento delle Regioni, del territorio e degli enti locali coinvolti sino all’Unione Europea». Come dire: per concretizzare progetti di questa portata occorrono grandi investimenti - «i costi si possono ammortizzare, ad esempio, sfruttando i dislivelli delle sette conche del canale per creare energia idroelettrica» - e forte strategia unitaria. Che, in verità, non manca come testimoniato dall’affidamento delle competenze di navigazione da parte delle aziende-porti di Cremona e Mantova all’Aipo - l’agenzia interregionale per il Po -, che propone alle analoghe Aipo dell’Emilia-Romagna e del Veneto di «stipulare un accordo di collaborazione e di navigare insieme». Sinergie già attivate, dicono dalla Regione Lombardia, nei tavoli «di lavoro comuni con i centri funzionali di Piemonte, Veneto ed Emilia» dove s’affrontano, tra l’altro, non solo i problemi legati alla «siccità nei fiumi del bacino del Po» ma pure «le competenze di un presidio territoriale idraulico».
Virgolettati che per gli amanti dei numeri si traducono in investimenti per 58 milioni di euro su un totale di 224 opere appaltate. Bilancio davvero niente male quello 2006 di Aipo, che garantisce la messa in sicurezza e la manutenzione del territorio - interessato dallo scorrimento del Po e dai suoi affluenti - spalmato su un bacino «tributario» di circa 64mila metri quadrati. E, soprattutto, cresce il ruolo della Regione Lombardia, «in conseguenza delle competenze di navigazione interna del sistema idroviario padano-veneto che di recente le sono state affidate sino al 2009» chiosa Boni.
Ma, attenzione, ruolo «senza alcuna volontà di annessione da parte della Lombardia verso gli altri soggetti» e da qui le proposte di lavoro comune con la pari azienda dell’Emilia e quella del Veneto ben sapendo che «con adeguati interventi di bacinizzazione il Po è una risorsa di grande valenza commerciale, ambientale e turistica». Aggettivo di chi si pone come obiettivo anche quello di puntare «pure sul fascino che la navigazione sul Po eserciterebbe sull’industria del turismo»: risvolto che l’assessore Boni è pronto ad affrontare attorno a un tavolo con le «associazioni di categoria». Confronto aperto, ovviamente, a «tutti gli altri soggetti economici, compresi gli agricoltori e le associazioni ambientaliste, per identificare insieme la soluzione migliore ma con un solo diktat, non ci siano pregiudiziali di sorta e si voglia, ma davvero, portare aventi un progetto di reale rilancio del Po».
C’è però già una bocciatura della Coldiretti che parla di «cattedrale nel deserto, inutile e costosa». Valutazione che come replica, dal Pirellone, ottiene un dato: dei 400 milioni di tonnellate all’anno movimentanti in Lombardia solo uno prende la strada del collegamento fluviale ovvero le potenzialità del sistema idroviario padano sono tutte intatte e da conquistare.